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Sabato, 15 Dic 2018

Che cos'e' l'icona?

Che cos’è l’icona?


L’icona nasce nei primi secoli del cristianesimo per testimoniare lo splendore del Dio fatto uomo e la dignità dell’uomo creato a immagine e somiglianza del suo Creatore: Il Verbo indescrivibile del Padre si è fatto descrivibile, incarnandosi in te, Madre di Dio; E avendo ristabilito l’immagine infangata nella sua antica dignità, Egli l’ha unita alla bellezza divina. E confessando la salvezza, noi ne facciamo immagini con l’azione e con la parola (dal kontakion della Festa dell’Ortodossia); Se vuoi comprendere ciò che sei, non guardare a quello che sei stato, ma all’immagine che Dio aveva nel crearti (Evagrio Pontico).

L’icona non è una semplice immagine, ma luogo della Presenza Divina, una rivelazione del Divino. “L’icona designa l’Assoluto con i colori del relativo”.
Lo scopo principale dell’iconografia non era tanto quello di presentare un’opera “bella” ma quello di annunciare, manifestare, esprimere la realtà spirituale dei misteri della fede. Si tratta perciò di un’opera teologica che, in quanto tale, esprime l’invisibile: ciò che il Vangelo e gli altri testi dicono con la parola, l’iconografo lo annunciava coi colori: ciò che il vangelo ci dice con la parola l’icona lo annunzia con i colori e ce lo rende presente (Concilio Costantinopolitano IV (869-870), can. 3); La Divinità è presente tanto nell’immagine della croce quanto in altri oggetti divini, ma non in virtù dell’identità di natura – poiché tali oggetti non sono la carne di Dio – bensì in virtù della loro partecipazione relativa alla Divinità, in quanto partecipano alla grazia e all’onore (Teodoro Studita).

Secondo la Tradizione ortodossa, così come nell’Eucaristia Cristo si dona, nell’icona Cristo si mostra. La differenza è che i Santi Doni sono identici al loro Prototipo (Cristo), mentre l’icona è un riflesso, una somiglianza del Prototipo. «L’icona è legata al suo prototipo non perché è identica a quel che rappresenta – ciò sarebbe evidentemente assurdo – ma perché rappresenta la sua persona e ne porta il nome. È proprio questo che rende possibile la comunione con la persona rappresentata attraverso la sua immagine, la conoscenza di quella persona. A causa di questo legame “l’onore reso all’immagine va al suo prototipo”, come dicono i Padri del Settimo Concilio Ecumenico citando le parole di san Basilio il Grande (De Spiritu Sancto, 18,45). […] L’icona è santificata dal nome di Dio e dai nomi degli amici di Dio, cioè dei santi, spiega san Giovanni Damasceno [Discorsi, II,14], e per questa ragione essa riceve la grazia dello Spirito divino» (L. USPENSKIJ, La Teologia dell’icona. Storia e iconografia, La Casa di Matriona, Milano 1995, 82.85).

Nelle icone la prospettiva è inversa: il punto di fuga non è da cercare entro la rappresentazione in un lontano orizzonte; esso si trova dinanzi all’icona, il punto di fuga è colui che sta dinanzi all’icona. Tutta la rappresentazione iconografica intende rivelare a noi che veneriamo le icone il mistero del’incarnazione e della nostra salvezza-santificazione. Nella sua incarnazione il Figlio di Dio ricrea, rinnova nell’uomo l’immagine divina infangata dalla caduta di Adamo. «L’icona rappresenta non la carne corruttibile destinata alla decomposizione, ma la carne trasfigurata, illuminata dalla grazia, la carne del mondo che verrà (1Cor 15,35-49). Essa trasmette con mezzi materiali, visibili agli occhi di carne, la bellezza e la gloria divina. I Padri dicono che l’icona è venerabile e santa, precisamente perché trasmette lo stato deificato del suo prototipo [Gesù Cristo] e ne porta il nome, perché la grazia che appartiene al prototipo vi è presente. In altre parole, la grazia dello Spirito Santo suscita la santità sia della persona raffigurata che della sua icona, ed è in tale grazia che si opera la relazione fra il fedele e il santo, mediante l’icona di quest’ultimo. Per così dire, l’icona partecipa alla santità del suo prototipo e anche noi, per mezzo dell’icona, partecipiamo a questa santità nella nostra preghiera» (L. USPENSKIJ, La Teologia dell’icona, 111).

L'angolo bello

Lo spazio liturgico è il luogo privilegiato per una autentica comprensione dell’icona, e, d’altra parte, l’icona diventa visibilizzazione del mistero celebrato. L’icona non è semplicemente funzionale alla liturgia: l’annuncio della salvezza comunicato dalla liturgia con segni e simboli, con le parole e la musica, viene rappresentato dall’icona attraverso i colori, l’immagine, la luce.

Ciò detto non significa che l’icona non possa uscire dallo spazio della chiesa in quanto edificio. San Paolo scrive ai Romani (12,1): “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offre i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale”. Poiché l’uomo è tempio dello Spirito Santo egli deve fare della sua vita un culto spirituale, un rendimento di grazie, una celebrazione della misericordia di Dio. Il luogo specifico di tale culto è la vita quotidiana, primo fra tutti l’ambiente familiare. L’icona perciò, accompagna anche la vita del credente, come presenza silenziosa ed orante che prolunga la celebrazione liturgica, divenendone quasi la memoria quotidiana.

L’icona del Pantocratore, della Madre di Dio e dei Santi possono guidare la vita del cristiano. Ad esempio, al battesimo il credente può ricevere una icona del santo di cui porta il nome; nei passaggi significativi della sua vita può ricevere l’icone del Salvatore o della Madre di Dio. Vi è un tipo di icone particolari che vengono chiamate dalla tradizione ortodossa icone “di famiglia”, recanti le immagini del Cristo o della Madre di Dio col Bambino, affiancate dalle immagini dei Santi patroni dei componenti della famiglia. Simili icone diventano allora punto di riferimento per la preghiera della famiglia, luogo di richiesta di intercessione quotidiana per la vita propria e dei propri cari. Accompagnata da un cero o una candela, e in modo più completo dal Libro della Bibbia affiancata da una croce, essa diventa quello che appunto viene chiamato “angolo bello” della propria dimora.


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