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Venerdì, 18 Ago 2017

Il monaco

Chi è il monaco?

12ingressoNon è raro, per chi ha scelto la vita monastica, sentirsi rivolgere domande del tipo: “Chi è il monaco? Si può dare una definizione di questo tipo di vita? E che senso ha la vita monastica per la chiesa e per il mondo di oggi?”. Domande legittime, che tradiscono certamente un interesse per una forma di vita che, nonostante tutto, desta ancora una certa curiosità, fosse solo per il fascino un po’ misterioso e romantico che la figura del monaco può suggerire. Per chi tenta di camminare quotidianamente su questo percorso tutt’altro che ‘romantico’, per chi desidera avventurarsi passo dopo passo in quella ‘ricerca di Dio’ (Se veramente cerca Dio è ciò che s.Benedetto richiede a colui che bussa al monastero) che richiede una continua e a volte drammatica ‘conversione’, ogni definizione della vita monastica diventa un po’ inopportuna o invadente. Fu chiesto ad un eremita, che viveva nel deserto egiziano: “Chi è il monaco?”. Egli rispose riformulando paradossalmente la stessa domanda: “È colui che ogni giorno si domanda: Chi è il monaco?”. Ogni giorno si sceglie di avanzare nella fede e nell’amore alla sequela del Signore; ogni giorno, nella preghiera, si scopre un tratto del Volto di colui che si cerca, ma nello stesso tempo si percepisce la sua alterità. Dio è sempre al di là della nostre attese e dei nostri desideri. Ecco perché è difficile dare una definizione statica e comprensive di una vita che si esprime essenzialmente in una cammino continuo di conversione, alla ricerca del volto di Dio.
Comunque, se proprio dovessi dare una risposta a questi interrogativi, come monaco, spontaneamente userei le parole che lo starec Zosima, l’anziano monaco de I fratelli Karamazov, rivolge ai suoi discepoli: “Noi non siamo migliori della gente del mondo per il fatto che siamo venuti qui e ci siamo chiusi far queste mura; anzi, chiunque è venuto qui, proprio per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto di fronte a se stesso, di essere peggiore della gente del mondo… E quanto più un monaco vivrà fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto. Perché, in caso contrario, non valeva nemmeno la pena che ci venisse. Questa consapevolezza è il coronamento della nostra vita di monaci, e anche della vita di ogni uomo. Giacché i monaci non sono esseri diversi dagli altri; essi sono soltanto come dovrebbero essere tutti gli uomini sulla terra”. Questa profonda condivisione con ogni cristiano, nel suo cammino quotidiano di sequela e di fedeltà all’evangelo, dà ragione alla vita del monaco, perché proprio nella fatica della conversione il monaco realizza la vocazione che è inscritta nel suo stesso nome: giungere alla unità del cuore e della vita. La preghiera, l’ascolto della Parola, il silenzio, la lotta interiore, la comunione con i fratelli, quella marginalità che caratterizza la vita monastica rispetto al mondo, tutto questo è il cammino concreto che traduce e orienta la vita del monaco nella ricerca di Dio. Ed è questo che, giorno dopo giorno, rende il cuore del monaco disponibile a quella unità interiore che è dono dello Spirito. Difatti questo è, essenzialmente, l’impegno di ogni cristiano e, in profondità, il desiderio di ogni uomo. Ecco perché lo starec Zosima dice che i monaci “sono soltanto come dovrebbero essere tutti gli uomini sulla terra”.
San Benedetto - icona di Giovanni Mezzalira

Tuttavia se il monaco non fa nulla di straordinario (“siamo laici senza importanza”, aveva risposto s.Pacomio al patriarca di Alessandria che tesseva le lodi della comunità monastica guidata dal grande abate), il modo con cui lo vive, il luogo che sceglie per vivere questo cammino evangelico, lo spazio che dà alla gratuità della preghiera e dell’ascolto, può trasformare la sua vita in segno ‘straordinario’ per il mondo e la chiesa di ogni tempo E si potrebbe esprimere questo segno ‘straordinario’ con un passaggio della lettera che la CEI aveva steso per commemorare il XV centenario della nascita di s.Benedetto: “Forse oggi le ‘teologie’, i ‘discorsi su Dio’, per quanto importanti, non bastano più. Ci vogliono esistenze che gridano silenziosamente il primato di Dio. Ci vogliono uomini che trattano il Signore da Signore, che si spendono nella sua adorazione, che affondano nel suo mistero, sotto il segno della gratuità e senza umano compenso, per attestare che egli è l’Assoluto. Tale è stata l’esistenza di s.Benedetto; e tale è chiamata ad esser quella dei monaci. Ma tale deve esser la vita del cristiano. È questa la testimonianza più urgente da dare, in un mondo il cui il senso di Dio si oscura e c’è bisogno come non mai di riscoprire il suo volto….”.

Due icone evangeliche

Forse due icone evangeliche ci possono aiutare a comprendere più in profondità il ‘mistero’ della vita monastica e soprattutto la parola di salvezza che esso ha ancora da dire al mondo d’oggi.
La prima icona evangelica ci è offerta dal testo di Lc 10,38-42 Si tratta del celebra brano sull’ospitalità che le due sorelle, Marta e Maria, offrono a Gesù. È un testo che tradizionalmente è stato letto come espressione emblematica di due scelte di vita, quella attiva e quella contemplativa. Questa lettura ha avuto forse il rischio di separare eccessivamente ciò che di fatto, fa parte essenziale ed armonica dell’essere discepolo di Cristo, in quanto ascolto e servizio sono profondamente interdipendenti: le parole che Gesù rivolge a Marta non separano queste due realtà che nella vita del discepolo devono rimanere unite. Tuttavia ogni servizio può essere liberato dall’angoscia, dalla dispersione, dalla preoccupazione, da uno sterile efficientismo, solamente se è radicato nell’ascolto. E la scelta di Maria, nella sua concretezza, diventa annuncio e testimonianza del primato dell’ascolto. Senza dire nulla, solo per il fatto di essersi seduta ai piedi di Gesù e lasciarsi totalmente assorbire dalla sua parola, Maria diventa presenza che richiama, non attraverso un particolare servizio ma con la propria vita, la centralità di Dio e della sua parola. Il monaco, come Maria, ‘serve’ la chiesa, il mondo, l’uomo d’oggi, non anzitutto perché fa o realizza qualcosa, ma perché c’è, perché è presente con tutta la sua vita e la sua presenza, nel deserto o al centro della città, si trasforma in una “esistenza che grida silenziosamente il primato di Dio”.

Unzione di Betania - Dipinto di G.Cordiano

La secondo icona evangelica ci è suggerita dal testo di Gv 12,1-11, il racconto dell’unzione di Betania. È ancora la presenza silenziosa e adorante di Maria a svelarci il mistero del monaco. Il gesto gratuito di Maria che unge e profuma i piedi di Gesù, è la contestazione più radicale ad ogni logica di efficientismo (bene espressa dal ragionamento di Giuda), ad ogni logica che valuta la persona in base a una particolare resa o a un determinato ‘servizio’ che svolge all’interno della società o della comunità. Il gesto che Maria compie è ‘sciupato’ secondo questo modo di ragionare: “perché quell’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?” È un ragionamento che contiene una certa ovvietà e serietà; è un ragionamento che affascina anche il discepolo di Gesù. Tuttavia nasconde una grande ambiguità, una grande tentazione. Ed è Gesù stesso a smascherare questo rischio, capovolgendo ogni prospettiva di logica umana: la preziosità del gesto di Maria, il suo valore, è dato dall’averlo fatto per Gesù. Il valore di una persona, di una vita, di una scelta è data dal suo essere ‘davanti a Dio’, dalla gratuità con cui apre la sua vita a Colui che ha donato al sua vita. Maria ha sciupato senza calcoli (i trecento denari che l’uomo riesce a calcolare!) ciò che aveva di più prezioso per Gesù; il monaco ‘sciupa’ per il Signore il dono più caro, la sua stessa esistenza “sotto il segno della gratuità senza umano compenso, per attestare che Egli è l’Assoluto”. La gratuità e la gioia che ne deriva, sono il profumo di una vita ‘sciupata’ per il Signore.

Presenza e gratuità

Presenza e gratuità: due modi di essere nel mondo e nella chiesa d’oggi attraverso i quali il monaco testimonia il primato di Dio. La vita del monaco, al di là delle tante realizzazioni storiche, culturali, ecclesiali che da essa scaturiscono, è essenzialmente fatta di gratuità, è radicata sull’essere, è libera da uno scopo immediato, è proiettata oltre quei risultati superficiali che spesso l’uomo d’oggi affannosamente rincorre. Il monaco cerca semplicemente di essere un discepolo di Cristo e condivide questa fatica con ogni cristiano: nella preghiera e nell’ascolto della Parola, nel lavoro e nella condivisione, nella fatica della conversione e nell’obbedienza alla volontà di Dio. Certamente tutto questo lo vive all’interno di uno spazio e di un tempo ben definiti: la sua vita non è nel frastuono della città, ma ai margini di essa, in una sorta di deserto simbolico che favorisce un rapporto esclusivo e totalizzante con il Signore. E questo primato di Dio nella vita del monaco, primato che si sperimenta nel tempo dato alla preghiera, liturgica e silenziosa, alla lectio divina, alla solitudine, è l’annuncio e la testimonianza di ogni comunità monastica per la chiesa e il mondo d’oggi.
Di fronte all’apparire o alla illusione legata ad un eccessivo fare che soffoca le tensioni più vere e profonde della vita dell’uomo, il monaco risponde attraversa la via dell’’esserci’, di quella ‘gioia evangelica della presenza’, da cui scaturisce il dono gratuito, senza calcoli e pacificante, poiché affida ogni risultato alle mani di Dio.
Diceva il card. Basil Hume, monaco e pastore di una grande metropoli come Londra: “…noi benedettini non ci comprendiamo come gente che ha una particolare missione o funzione nella chiesa, noi non ci proponiamo di cambiare il corso della storia, noi siamo solamente là in modo quasi accidentale da un punto di vista umano, e felicemente continuiamo ad essere semplicemente là”. Essere semplicemente là, nella gioia di una umile presenza, accanto ad ogni fratello e sorella che desidera seguire il Signore Gesù. Essere semplicemente là, come le stelle di cui parla il profeta Baruc: “le stelle brillano dalle loro vedette e gioiscono; Egli le chiama e rispondono: “Eccoci!” e brillano di gioia per colui che le ha create” (Bar 3,34-35).

Fr. Adalberto

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