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Lunedì, 19 Apr 2021

EDITORIALE

 

Sono ormai passati più di dieci anni dal primo numero della nostra newsletter, uscito nel Natale del 2010. In questo decennio la nostra piccola pubblicazione è cambiata ed è andata arricchendosi, sia nei contenuti sia nella veste grafica, grazie all’impegno della redazione composta dai fratelli Davide, Pierantonio, Alberto, Alberto Maria e, fino a qualche mese fa, Giovanni. È cresciuto nel tempo anche il numero dei lettori.


In questa positiva trasformazione confidiamo di non avere smarrito, ma semmai confermato e approfondito l’ispirazione originaria, che ci ha condotto a scegliere quale titolo per questo semplice strumento di collegamento e di amicizia un’espressione di san Pietro: Come pellegrini e stranieri. Nella quarta di copertina di ogni numero ricordiamo la motivazione di questa scelta: «L’apostolo Pietro scrive la sua prima lettera a coloro che sono stranieri e pellegrini (cfr. 1Pt 2,11). Nello stesso modo i monaci hanno da sempre compreso la loro condizione di viandanti, in costante ricerca del vero volto di Dio e del vero volto della persona umana. Se questa è la condizione del credente, egli sa di non poter vivere il cammino da solo. Nella loro semplicità questi fogli desiderano essere il segno di un cammino condiviso».


In effetti, rispetto all’espressione di Pietro, i due termini nel nostro titolo risultano invertiti: prima «pellegrini» e poi «stranieri». Probabilmente si è trattato di un’inversione non intenzionale, una sorta di svista generata da un citare fidandosi della memoria senza controllare il testo esatto. Peraltro, anche nel passo di Ebrei, nel quale i due termini ritornano, li leggiamo nel medesimo ordine della prima lettera di Pietro: «stranieri e pellegrini sulla terra» (cfr. Eb 11,13). La diversa successione può forse avere un senso: collocare in primo piano la condizione di pellegrinaggio che ci rende stranieri, poiché – ci ricorda sempre l’autore di Ebrei - siamo alla ricerca di una patria, di quella città che Dio prepara (cfr. Eb 11,13-16): questa consapevolezza ci impedisce di insediarci stabilmente in una terra, fosse anche quella promessa da Dio, giacché essa è soltanto un segno che ci rimanda all’oltre del progetto divino.


Stranieri, dunque, perché pellegrini, senza dimenticare che il termine greco – paroíkoi – indica comunque un essere vicini alle case, pur provenendo da altrove. Non ci si stabilisce in una terra sia perché si cerca quella futura, sia perché nessuna terra può catturarci in modo esclusivo, impedendoci la prossimità a ogni casa dove la gente vive e spera, soffre e desidera. Il desiderio della patria futura diviene allora capacità di vicinanza e di condivisione del desiderio di tutti coloro che vivono il loro cammino storico, affinché non smarriscano quell’orizzonte di speranza che noi per primi, in forza della nostra fede nella promessa di Dio, siamo chiamati a custodire e alimentare, sostenendo l’attesa di tutti. Nell’udienza generale del 26 aprile 2017, papa Francesco lo ricordava con parole lucide e sapienti:


La nostra esistenza è un pellegrinaggio, un cammino. Anche quanti sono mossi da una speranza semplicemente umana, percepiscono la seduzione dell’orizzonte, che li spinge a esplorare mondi che ancora non conoscono. La nostra anima è un’anima migrante. La Bibbia è piena di storie di pellegrini e viaggiatori. La vocazione di Abramo comincia con questo comando: «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1). E il patriarca lascia quel pezzo di mondo che conosceva bene e che era una delle culle della civiltà del suo tempo. Tutto cospirava contro la sensatezza di quel viaggio. Eppure Abramo parte. Non si diventa uomini e donne maturi se non si percepisce l’attrattiva dell’orizzonte: quel limite tra il cielo e la terra che chiede di essere raggiunto da un popolo di camminatori.


Può sembrare fuori luogo che dei monaci parlino di via, di pellegrinaggio, di migrazione, poiché la loro vita si svolge in un piccolo fazzoletto di terra, nel quale li pianta il loro impegno di stabilità, che certo non può essere ridotto a una mera stabilitas loci, ma neppure ne può prescindere. Tuttavia, condizione essenziale per vivere bene la stabilità sta proprio nel mettere stabili radici in un terreno, ma per consentire all’albero di crescere e di alzarsi verso il cielo, in alto, e di allargare i suoi rami e le sue chiome verso un vasto orizzonte, così da consentire agli uccelli del cielo di fare il nido tra i suoi rami e di trovare ristoro alla sua ombra.


Nel tempo quaresimale questo pellegrinaggio assume i tratti peculiari di un esodo da una terra di schiavitù per entrare in una terra di libertà. Non è però soltanto questo il senso del cammino di Israele. È anche cammino di fraternità, poiché non si può entrare nella terra dei liberi figli di Dio se non lo si fa da fratelli e sorelle riconciliati. Nel deserto un’accozzaglia di tribù diverse viene pazientemente educata da Dio fino a formare un solo popolo. A eccezione di Giosuè e Caleb, nessuno di coloro che erano usciti dall’Egitto – neppure Mosè – entrerà nella terra: lo faranno coloro che sono stati generati dal deserto e dal suo cammino. Nasciamo davvero camminando, accettando la condizione di viatori, di viandanti, di pellegrini. E nasciamo come popolo, come fratelli, imparando a fare della diversità il luogo della comunione. L’approfondimento che, in questo numero, dedichiamo alla Fratelli tutti di Francesco ce lo ricorda con decisione. Concludo allora questo intervento tornando a guardare indietro, a quanto scrivevamo nel primo numero di questa newsletter, nel Natale del 2010, citando fr Christian de Chergé, che ha fatto della sua vita e della sua morte, come di quella dei suoi fratelli, un seme di fraternità che continua a portare i suoi frutti sorprendenti. Ci volgiamo all’indietro ma per guardare in avanti, per rilanciare il cammino, in una fedeltà a un’intuizione originaria che crediamo ancora feconda.


Questo tema ricorrente dell’Altro che si attende attraversa tutta la Scrittura. Si inscrive in filigrana nella trama di ciascuna delle nostre vite, segnate da incontri e da attese successive. Nell’inaudita ricchezza della sua creazione, come nella diversità degli uomini stessi, Dio ci ha preparati ad accogliere la differenza. Quest’ultima si inscrive in ogni amore come componente irrinunciabile, a maggior ragione quando tale amore si esprime e si vive a immagine stessa di colui da cui proviene. Mistero insondabile di questo Dio unico in tre Persone, dove lo Spirito crea incessantemente la differenza, anzitutto tra il Padre e il Figlio, poi progressivamente dall’uno all’altro di noi […]. Con Cristo nasce quel mondo nuovo annunciato da Isaia (cfr. Is 11,1-10) nel quale la differenza non si imporrà più come generatrice di guerra e di discordia[...]. Visione profetica di un mondo in cui il lupo e l’agnello vivono insieme [...] non di un mondo indifferenziato: la vipera resta vipera, e «il lattante si trastulla sulla buca dell’aspide» (cfr. Is 11,8) senza per questo cercare di stabilirvisi lui, o di scacciare l’altro.



fr Luca e i fratelli della comunità