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Lunedì, 11 Dic 2017

La preghiera

Nella Regola di san Benedetto la preghiera, in specie quella liturgica, viene definita opus Dei, opera di Dio. Un’opera alla quale, come specifica il capitolo 43, il monaco nulla deve anteporre. Un’espressione simile Benedetto la usa per ricordare, in altri due passi della Regola, che nulla deve essere anteposto all’amore di Cristo (4,21 e 72,11). Con ogni probabilità quando Benedetto scrive questi versetti ha presente il commento al Padre Nostro di san Cipriano di Cartagine, che usa un’espressione simile commentando la terza domanda: “sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. La volontà di Dio si ricapitola nel primo comandamento dell’amore che conferisce significato a tutti gli altri precetti. Più precisamente Cipriano scrive che è necessario «non anteporre niente a Cristo, perché Cristo non antepose niente alla nostra salvezza»; perciò bisogna «rimanere fermi nella sua carità». L’amore di cui si parla è anzitutto l’amore di Cristo per noi, al quale consegue, come risposta, il nostro amore per lui e, «fermi nella sua carità», il nostro amore per i fratelli. Anche all’opus Dei nulla deve essere anteposto perché proprio nella preghiera si accoglie l’amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. cappella dumenzaPeraltro nella tradizione più antica l’espressione opus Dei indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio” perché la si riceve da altri, o meglio da un Altro che ci raggiunge con la sua grazia creatrice. Nell’evangelo di Giovanni, nella molteplicità delle opere dell’uomo, l’opera di Dio per eccellenza, che unifica tutto il vissuto umano, è appunto il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana.

Per questo motivo nella sua giornata più volte un monaco benedettino è chiamato a interrompere altre attività e il riposo stesso per ritrovarsi insieme ai fratelli, o agli ospiti che desiderano condividere per qualche giorno il suo ritmo di vita, per celebrare l’opera di Dio, lodare il suo Nome e ricevere il suo amore che fa vivere. Questa interruzione è salutare perché ricorda che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve dalle mani di un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono riempite del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità. Anziché essere consegnate a una passività inoperosa, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile. La possibilità di Dio, colui al quale nulla è impossibile, diventa la nostra stessa possibilità. L’opus Dei diviene così opus hominis nell’unità di ora et labora, preghiera e lavoro, tipica del monachesimo.

Si narra nelle tradizioni del deserto che «il padre Lot si recò dal padre Giuseppe a dirgli: “Padre, io faccio come posso la mia piccola liturgia, il mio piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione, vivo nel raccoglimento, cerco di essere puro nei pensieri. Che cosa devo fare ancora?”. Il vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo, e le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli disse – diventa tutto di fuoco”» (Giuseppe di Panefisi, 7). La chiesa di vertematepreghiera è autentica quando è in grado di rimodellare nel fuoco dello Spirito santo tutto il nostro agire, simboleggiato da queste dita che diventano come fiaccole. Cambia allora il nostro modo di relazionarci non solo con Dio, ma con noi stessi, con gli altri, con i beni della terra, con gli eventi della storia. L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio in questo lasciarsi trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile, nel senso originario del termine: risposta e corrispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di non anteporre nulla all’amore di Cristo per noi e attraverso di noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati sempre di nuovo dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo nell’evangelo di Giovanni); nello stesso tempo ci si lascia da lui donare nella storia perché “figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (cfr Gv 3,16). Mediante la liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce e del giorno capaci di illuminare, con la loro stessa esistenza credente, le tenebre che così spesso sembrano attanagliarlo. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione disseminate nella storia. Perché si diviene segno di questo amore di Dio cui nulla deve essere anteposto perché nulla ne rimane al di fuori e tutto ne riceve senso e verità.

È il respiro della preghiera liturgica che ogni giorno una comunità monastica vive, così come l’intera Chiesa. Al mattino nell’Ufficio delle Letture ci si dispone all’ascolto della parola di Dio come primo atto della giornata. «Ogni mattina il Signore risveglia il mio orecchio perché io ascolti la sua Parola» (Is 50, 4). Essere risvegliati dalla parola di Dio significa percepire che è aurora, luce. Questa è la prima parola che Dio creando pronuncia: Dio disse e la luce fu. La Parola è aurora: orienta la vita, le indica una direzione di marcia, le dischiude un cammino. Nella preghiera di Lodi si celebra il Cantico di Zaccaria, che è anche il Cantico del Battista, di colui che è inviato davanti al Signore a preparare la sua via suscitandone l’attesa. È la preghiera dell’attesa e del desiderio. Solo chi desidera l’incontro con il Signore come un bene a cui niente deve essere anteposto sperimenta l’esaudimento della propria attesa. Al termine della giornata può allora celebrare con Maria il grande Magnificat del compimento. «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente… di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono». A Compieta ci si congeda perciò dalla giornata con un cuore pacificato perché capace di riconoscere e custodire la salvezza del Signore che anche oggi si è manifestata: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada nella pace perché i miei occhi hanno visto la salvezza». Oggi davvero l’hanno vista. La liturgia della Chiesa ci rende figli della luce, persino nella notte del mondo, perché fa luminoso il nostro sguardo, ricolmandolo dell’agire di Dio. Nella preghiera celebriamo l’opera di Dio per divenire capaci di riconoscerla presente nella storia e obbedirle nella nostra responsabilità personale.

lucernarioAccende così una luce. La tradizione ebraica tramanda una storia: un uomo si perde nel folto di una foresta. È nella notte di uno smarrimento. Cammina a lungo per poi ritrovarsi allo stesso punto di partenza, come spesso accade in un bosco fitto quando si smarrisce il sentiero. Nella sua disperazione vede d’un tratto una piccola luce, molto tenue. Nella notte della solitudine anche questo fioco chiarore diventa un’esplosione di luce. Si precipita nella sua direzione e trova un uomo con una piccola lanterna in mano. Con grande gioia gli si getta al collo ed esclama “sono salvo!”. “Oh no – gli risponde lo sconosciuto – perché anch’io mi sono smarrito come te”. “Ma non disperare – continua – perché adesso siamo insieme e possiamo cercare insieme. Possiamo riprendere il cammino: tu imparerai da me a non ripetere i miei errori così come io non ripeterò i tuoi. Ora, poiché siamo insieme, possiamo sperare una salvezza”. Allora l’uomo gli si avvicina, guarda in volto lo sconosciuto e si accorge che i suoi occhi sono chiusi. “Ma tu sei cieco!”. “Sì sono cieco”. “Allora perché questa lanterna in mano?”. “La luce non mi serve per vedere ma per essere visto”.

Dio è entrato nella notte dei nostri smarrimenti per consentirci di ritrovare insieme una via di salvezza, ricordando che la luce vera che ci fa vedere non è tanto quella che illumina una strada solitaria, ma che ci consente di essere visti l’un l’altro per poter camminare insieme. Una comunità monastica, come ogni comunità ecclesiale e in essa ogni credente, nella preghiera liturgica accoglie la luce di Dio, rivelatasi in Cristo, non semplicemente per vedere, ma per divenire un segno di luce per quanti spesso a tentoni, come ciechi, sperano una salvezza. E per poterla cercare assieme a loro.

 

fr Luca Fallica

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