Alcuni anni or sono mi trovavo a Mosca con p. Germano Marani, gesuita, che mi invitò a visitare il cimitero tedesco per farmi conoscere un personaggio eccezionale. Mi aveva parlato di un medico tedesco, cattolico, vissuto a Mosca nell’Ottocento e da tutti chiamato “il medico santo”. Ci avvicinammo allora alla tomba di questo singolare personaggio. Sulla recinzione della sua tomba sono appese delle catene spezzate, e la pietra sotto la croce tombale reca come iscrizione il suo motto: Affrettatevi a fare il bene. Friedrich Joseph Haass è il nome inciso sulla lastra tombale. Ma forse ciò che mi destò più stupore nel breve tempo in cui rimasi accanto alla tomba fu il vedere alcune famiglie di russi, probabilmente ortodossi, venuti a pregare davanti ad essa. E il racconto della sua vita che mi fece p. Germano, attualmente postulatore della causa di beatificazione di questo santo medico (ormai giunta a conclusione), mi confermò della straordinaria avventura cristiana e dei valori evangelici incarnati dal dottor Haass (o Gaaz come lo chiamano in Russia).
Friedrich Joseph Haass nacque il 10 agosto 1780 a Münstereifel, oggi Bad Münstereifel nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Quarto di dieci figli di un farmacista, frequentò il collegio dei Gesuiti nella sua città natale e studiò poi letteratura, medicina e scienze naturali alle Università di Colonia e di Jena (dove seguì le lezioni di Schelling). Nel 1805 conseguì il dottorato in medicina presso l'Università di Göttingen e completò la specializzazione in oftalmologia presso l'allora Università di Vienna. Nel 1806 giunse in Russia al seguito della principessa Repnina, aprendo uno studio come oculista prima a San Pietroburgo e poco dopo a Mosca. Ben presto divenne uno dei medici più famosi e facoltosi di Mosca. Non solo riusciva ad aiutare molti malati considerati spacciati, ma sapeva anche dare loro conforto; inoltre si prendeva cura dei poveri, visitando ospizi, dormitori per senzatetto, anziani e persone con disabilità fisiche. Nel 1807 la zarina lo nominò primario dell'Ospedale Pavlovskij e nel 1811 divenne Consigliere di Corte Imperiale. Durante la guerra del 1812 contro Napoleone, prestò servizio come chirurgo nell'esercito russo.
Dopo che lo zar Alessandro I ebbe incaricato un inglese di ispezionare le prigioni russe, le loro condizioni totalmente disumane divennero un tema centrale e lo zar istituì quindi un comitato per cambiare la situazione. Nel 1828 Haass divenne membro del Comitato per le prigioni di Mosca e primario degli ospedali carcerari. Da quel momento lavorò instancabilmente per alleviare le sofferenze dei detenuti, scrivendo petizioni e presentando proposte al comitato, al governatore generale di Mosca e persino allo zar. La cura del sentimento religioso e la possibilità per i prigionieri di ricevere l'Eucaristia gli stavano molto a cuore. Diceva: «Sono innanzitutto cristiano e solo dopo medico. L'amore del medico per il prossimo è, prima di tutto, l'amore per il simile che soffre, che è infelice e gravemente malato». E in una lettera a Friedrich Wilhelm Joseph Schelling precisa: «Il concetto più semplice, la definizione più precisa che si possa dare della religione cattolica è l'amore. Dove c'è amore, là c'è cattolicesimo; dove non c'è amore, là non c'è il cattolicesimo. Il cattolicesimo è la dottrina di ciò che Gesù esprime in modo straordinariamente bello: il bene puro, fondamento e contenuto dell'intera creazione». Cattolico, restò fedele alla propria confessione, ma rispettò profondamente la spiritualità ortodossa del popolo russo. In un tempo in cui non si parlava di ecumenismo, Haass testimoniò uno stile ecumenico. Intraprese la costruzione di una chiesa ortodossa, cantava nel coro della chiesa, tanto che un amico luterano lo definì, scherzando, un “cattivo cattolico”. Ma Haass non era un “cattivo cattolico”: semplicemente considerava le divisioni tra le Chiese una cosa molto triste e in qualche modo secondaria nella storia del cristianesimo. «Volentieri – diceva – collaboro con un mussulmano, un ebreo e qualsiasi cristiano, ma mi dispiace quando qualcuno passa da una Chiesa cristiana, alla quale appartengono i propri famigliari e amici, ad un’altra Chiesa cristiana. Soprattutto quando questo trasferimento è determinato da cause lontane dalla vera fede».
Nel 1833 ottenne che anche per i prigionieri in Siberia i pesanti ceppi di ferro venissero sostituiti con altri più leggeri, rivestiti internamente di pelle, in modo che non piagassero più i piedi fino a farli sanguinare. Durante la marcia verso la Siberia, prima dell’intervento del dottor Haass, i prigionieri venivano incatenati alla prut, una sbarra di ferro alla quale erano legati insieme dai sei agli otto detenuti. Il messaggio di Gesù rappresentava per il medico tedesco un pilastro fondamentale del sostegno psicologico e spirituale dei detenuti; per questo motivo, attraverso un mercante suo amico, riuscì a procurare circa 50.000 Bibbie per i carcerati. Per i figli dei detenuti fondò una scuola apposita e, nel 1844, un ospedale per i senzatetto, finanziato con il denaro proprio e di donatori privati.
Quando nel 1848 ci fu un pessimo raccolto, il vitto dei prigionieri venne ridotto di un quinto; Haass, con l'aiuto di alcuni amici, riuscì a far donare 11.000 rubli per migliorare la loro alimentazione. Esemplare fu anche il suo impegno durante la devastante epidemia di colera che colpì Mosca nel 1830.
Per Haass, l'abbattimento dei pregiudizi è il presupposto per una reale empatia e per l'indulgenza verso gli errori e le debolezze umane. Scrisse: «L'uomo raramente pensa e agisce in vera armonia con le cose che costituiscono la sua occupazione. Di norma, egli è determinato da una serie di circostanze che lui stesso non conosce e di cui non sospetta nemmeno l'influenza su ciò che chiama il proprio giudizio e la propria libera volontà. Queste circostanze causate dall'esterno potrebbero essere definite pregiudizi, arrivando poi alla conclusione che l'uomo, in generale, in tutto ciò che fa e intraprende, è un giocattolo nelle mani dei pregiudizi. Tuttavia, quanto meno un uomo dubita della varietà e della natura dei pregiudizi, tanto più saggiamente si comporterà egli stesso e giudicherà le sue azioni naturali.
Gli altri, tuttavia, proprio per questo lo considereranno prevenuto e ostinato, e troveranno bizzarri i suoi giudizi. Ammettere che l'uomo, nei suoi pensieri e nelle sue aspirazioni, sia dipendente, schiavo di ciò che in sintesi chiamiamo le circostanze esterne, non significa affatto rinunciare a giudicare le cose stesse o negare l'assoluta libertà della volontà, senza la quale l'uomo – che significa creatura di Dio – sarebbe solo un deplorevole automa. Significa solo ammettere quanto siano rari i veri uomini tra la gente. La dipendenza dell'uomo dalle circostanze esterne costringe a un comportamento indulgente verso le sue debolezze e i suoi smarrimenti. Una tale indulgenza non è certamente molto lusinghiera per l'umanità; eppure sarebbe ingiusto e crudele rimproverare e oltraggiare gli uomini per questa dipendenza. In molti casi, al contrario, è spesso del tutto utile considerare le nostre azioni e i nostri giudizi proprio come derivanti da questa dipendenza dalle circostanze esterne. Se siamo in grado di fare questo, gli errori del nostro prossimo non susciteranno subito in noi rabbia, così come una virtù che ci sorprende non ci manderà immediatamente in estasi. E, tenendo conto di questa suddetta dipendenza, si possono comprendere meglio la natura e la causa di ogni fenomeno».
Come questa conoscenza teorica si traducesse in pratica è dimostrato dal seguente episodio. Uno dei suoi pazienti si era impossessato delle sue posate d'argento. Il portiere, informato del fatto, le riportò indietro insieme al colpevole. Il tizio cadde ai piedi del dottore implorando pietà. Haass si sentì in imbarazzo. "Va' a chiamare la polizia", disse a una delle guardie. "E tu", ordinò all'altra, "chiamami subito lo scrivano". Le guardie, entusiaste della loro scoperta, del loro trionfo e del loro coinvolgimento nella vicenda, corsero via. Haass approfittò della loro assenza e disse al ladro: "Sei un uomo falso! Mi hai ingannato e volevi derubarmi. Dio ti punirà per questo. Ma ora vedi di andartene, scappa dalla porta sul retro prima che tornino i soldati... ma aspetta, probabilmente non hai soldi, tieni 50 copechi; vedi di redimerti. A Dio non puoi sfuggire come a una guardia". Dopo questa storia, anche i membri della casa si indignarono con Haass. Ma l'incorreggibile dottore disse: "Il furto è un grande vizio. Ma io conosco anche la polizia, so come tormenta le persone. Quest'uomo sarebbe stato interrogato e frustato. Far frustare il proprio prossimo è un vizio ancora più grande. E chissà, forse il mio modo di agire toccherà il suo cuore ed egli si correggerà".
«Haass, in un certo senso – scrive Germano Marani nel suo libro Il santo medico di Mosca, – andava al di là del regolamento per dirigersi in modo concreto verso le necessità e le richieste di ogni singola persona e ciò creava delle accese discussioni». In particolare creava disagio la sua interpretazione del rapporto tra legge e colpevolezza reale dei detenuti. Lo testimonia questo episodio, tra l’altro rivelativo del cuore evangelico di quest’uomo. Haass era legato da amicizia e profonda stima con il metropolita di Mosca Filaret (Drozdov, + 1867), fine teologo, uomo aperto, saggio e intelligente. Al metropolita non era sempre chiaro il motivo dell’intercedere di Haass, davanti al Comitato e presso le autorità, per i prigionieri e per quelli che il medico chiamava “condannati senza colpa”. Un giorno di Pasqua, in una discussione alla Lavra di san Sergio, il metropolita fece presente al medico il suo disaccordo sulla espressione “senza colpa”: se uno è sottoposto alla punizione, questo significa che è per sua colpa. Haass, rivolgendosi al metropolita, rispose: “Vladiko, questa volta voi avete dimenticato Cristo”. I presenti ammutolirono di fronte a questa franchezza: nessuno avrebbe osato parlare così al metropolita. Filaret, dopo un tempo di silenzio rispose: “No, Fëdor Petrovič (così era chiamato Haass). Quando ho pronunciato le mie frettolose parole, non io ho dimenticato Cristo, ma Cristo ha dimenticato me”.
Fino alla fine dei suoi giorni Haass visse e lavorò nel suo ospedale, dove moltissime persone trovarono assistenza medica e supporto morale. A partire dal 1827 curò più di 70.000 malati e si prese cura di circa 200.000 prigionieri. Mantenne un'intensa corrispondenza con i suoi contemporanei, tra cui il filosofo Friedrich Wilhelm Joseph Schelling.
Friedrich Joseph Haass morì a Mosca il 16 agosto del 1853, talmente impoverito che fu lo Stato a dover pagare il suo funerale. Era stremato dalla lotta contro la burocrazia e la crudeltà delle autorità. Con il permesso del metropolita Filaret, un sacerdote ortodosso celebrò una preghiera per impetrare la sua guarigione. Lo stesso metropolita andò a fargli visita e quest’ultimo incontro è come il suggello di tutta la sua esistenza. Seduto al capezzale del medico, Filaret lesse la prima pagina del testamento che Haass aveva scritto e collocato accanto a lui. Era scritto: «“Penso alla grazia datami di essere in pace e contento in tutto, non avendo nessun altro desiderio tranne quello di dover compiere da parte mia la volontà di Dio. Non indurmi in tentazione, Dio misericordioso, la cui misericordia è più alta di tutte le sue opere! Io povero uomo peccatore, pienamente e unicamente spero in Te” …. Gli disse allora il metropolita: “Il Signore ti benedice Fëdor Petrovič. Qui è scritto il vero, la tua vita è davvero piena di grazia, piene di grazia sono le tue opere. In te si compiono le parole del Salvatore: beati i miti, beati gli affamati e assetati di giustizia. Beati i misericordiosi… beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace. Rendi forte il tuo spirito, fratello mio, Fëdor Petrovič, tu vai nel Regno dei cieli”» (G. Marani, p. 71).
Ventimila persone accompagnarono Friedrich Joseph Haass fino alla sua ultima dimora nel cimitero tedesco. La popolazione russa lo venera ancora oggi come il "Dottore Santo". Lo scrittore Heinrich Böll scrisse di Haass: «Haass non si chiedeva chi fosse colpevole, vedeva solo coloro che soffrivano, che trascinavano se stessi per mesi, incatenati gli uni agli altri, in condizioni insopportabili d'estate e d'inverno: assassini e ladri, e innumerevoli persone rimaste intrappolate nel groviglio di regolamenti, cavilli burocratici e questioni legali irrisolte. E quando gli si faceva notare che, dopotutto, erano probabilmente tutti colpevoli, egli rimandava a Cristo, anch'egli condannato innocente, torturato e messo a morte». (Di fr. Adalberto Piovano)
>> Per un approfondimento: GERMANO MARANI, Il santo medico di Mosca. Friedrich Joseph Haass. Vita e scritti, Cinisello B., San Paolo, 2006
“Virgo pulcherrima, omnium oculis gratiosa”
Ferrara nasce nell’acqua, prima borgo poi città governata da nobile casato: gli Estensi. Il volubile carattere del “grande fiume” – impaziente di terminare la sua corsa, iniziate tra le nevi delle Alpi piemontesi, perdendosi in un abbraccio dolce salato tra le onde del mare Adriatico – rompendo gli argini, a causa delle piene, prima qui, poi là, poi nuovamente qui, determinava la formazione di “polesine di terra”, isole o lingue emerse dove i primi abitanti poterono di volta in volta prenderne possesso cominciando a governarle.
Beatrice II, marchesina d’Este (nipote e cugina rispettivamente di Beatrice I - monaca benedettina, fondatrice di un monastero sul monte Gemola, vicino a Padova – e di Beatrice III, per il tempo di un battito di ciglia regina di Ungheria), nasce nel 1226 nel castello di Calaone, una trentina di chilometri da Este. È il tempo in cui i Signori (in quel momento, Azzo VII, padre di Beatrice) dell’omonima casata, consolidato il potere nel feudo d’origine, si apprestavano a conquistare – attraverso intrighi, rovesci, battaglie, mezzi ai quali la Storia degli uomini sovente ricorre per scrivere le proprie pagine – la signoria della città di Ferrara.
Durante la sua giovinezza, Beatrice sarà chiamata ad affrontare dure e spesso dolorose prove, alleviate dalle amabili cure e dagli illuminati insegnamenti prima della madre (Giovanna di Puglia) e - una volta venuta a mancare quest’ultima (la nostra aveva sei anni!) - della matrigna Mabilia. Furono queste prove a forgiare il desiderio di sé stessa come dono totale a Dio, desiderio che cresce e si rafforza giorno dopo giorno, tanto da farle rinunziare all’opulenza, all’agio e ai privilegi che i suoi natali le assicuravano, per abbracciare l’insondabile mistero di Cristo crocifisso.
Alla possenza e stabilità dei torrioni di un castello, Beatrice preferisce la precarietà, la fragilità di poveri muri entro cui ritirarsi - affidandosi all’austero magistero della Regula monachorum dettata da San Benedetto - lontana dal mondo, crudele e violento; muri da difendere dalla forza dell’acqua, cieca e indifferente, dalle malattie, dall’insalubre clima delle paludi che circondavano le isole. Azzo VII, vinto da tanta santa testardaggine da parte della figlia nel perorare il suo desiderio di donarsi completamente a Dio - così da diventare “sposa del Signore” – concede, accompagnata dalla benedizione di papa Innocenzo IV, la chiesa di Santo Stefano della Rotta di Focomorto (oggi ad una manciata di chilometri della cinta muraria della città di Ferrara); insieme a lei la fedele e devota damigella Meltruda da Padova, non più dama di compagnia, ma sorella nella fede! [“non c’è né schiavo né libero…perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)].
Beatrice diventa monaca il 26 giugno 1254, cantando per tre volte, come richiesto dalla Regola (LVIII, 21), la propria oblazione totale allo Sposo mistico: “Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et ne confundas me ab exspectatione mea” (Ps. 119,116). Scrive il Monachus Patavinus riguardo alla professione solenne della nostra: “Divini amoris igne succensa, amitae suae vestigia cupiens pro vinibus imitari, ornamentis depositis pretiosis, religionis habitum intrepida mente suscepit” (“Infiammata dal fuoco dell'amore divino, desiderosa di seguire le orme della zia [Beatrice I, n.d.r.], abbracciò senza timore l'abito religioso, abbandonando i suoi preziosi ornamenti”).
Sorella Beatrice accoglie “lo scandalo della croce” (1 Cor 1,23) affrontando le prove cui viene sottoposta, quelle che la segneranno in modo indelebile, in particolare il dolore, riservatole fin da fanciulla, causatole dai rovesci e dai lutti a carico dei suoi affetti familiari più cari - sostenendosi grazie ad una fede in Cristo, questa sì, nobile, incrollabile, incorruttibile: “…riempivano le tenebre con la forte e paziente angoscia della loro supplica a Dio; e la potenza della loro preghiera: lo Spirito di Cristo celava la Sua forza nelle parole che le loro voci esprimevano…”.
La sostiene altresì una comunità monastica formatasi in breve tempo attorno a questo fuoco che arde potente, forse troppo per un fisico allo stremo, ma mai abbastanza per un cuore innamorato di Dio; insieme, anche un popolo – composto da diseredati e ultimi tra gli ultimi – attratto in breve tempo dalla Carità che tanta devozione al Signore sprigiona (1 Cor 13, 1-13), riconosce in lei un dono del Cielo e alla prematura morte ne venererà il culto (1270) proclamandone subito la santità. Beatrice sarà elevata agli altari del cielo da Clemente XIV nel 1774. Si rende necessario un trasferimento, dovuto al considerevole numero di consorelle rispetto all’effettiva capacità di accoglienza dell’attuale complesso monastico di Santo Stefano. Anche questa volta, attraverso l’azione del padre e l’intercessione del nuovo papa, Alessandro IV, Beatrice e le sorelle approderanno all’isola di San Antonio in Polesine occupando un convento già agostiniano.
Beatrice fonda così il monastero di San Antonio in Polesine in Ferrara (ella viene rappresentata nei dipinti con una mano che stringe il giglio, simbolo di completa abnegazione, e con l’altra - quasi a volerla proteggere - sostiene una chiesa), ma non ne fu mai l’Abbadessa, e neppure Priora; dimentica dei suoi nobili e potenti natali decise coerentemente coi suoi propositi di assoggettarsi all’azione dello Spirito seguendo l’insegnamento impartito da San Benedetto: “Regula appellatur ab hoc quod oboedientum dirigat mores” secondo quanto insegna l’incipit al testo della Regola (“Regola è chiamata perché dirige la vita di quelli che obbediscono”). Ella scelse di salire instancabilmente i dodici gradini attraverso cui la suddetta Regola (RB VII) descrive quel percorso spirituale che è l’umiltà, percorso indispensabile per tendere all’incontro della propria anima con Dio. “Il segno più evidente dell’umiltà – decreta San Benedetto (RB V,1) – è la prontezza nell’obbedienza”. Attraverso questa ascesi, Beatrice desidera raggiungere “l’eroismo dell’obbedienza”. Le monache consorelle le attribuiranno il “titolo” di Madre; nessuna meglio di lei è stata e sarà in grado, fino al suo ultimo giorno terreno, di aiutarle nell’affrontare afflizioni e dolori materiali e spirituali. È stata un esempio, “vitam ducendo cum multis honestis virginibus, illus exemplo congregatis” (“conducendo una vita con molte vergini oneste, riunite insieme dal suo esempio”) e lo è ancora oggi, ispirando e vegliando sulla comunità di S. Antonio in Polesine, che, dopo quasi 800 anni di ininterrotta preghiera nascosta agli occhi del mondo, continua nel perpetrare la memoria e l’esempio della fondatrice. Sempre! Nonostante le carestie, la peste, le inondazioni, gli intrighi di corte, le battaglie e le guerre, Napoleone, i Savoia, la Wehrmacht in ritirata… “Nel giorno del Giudizio (…) i cittadini di quella grossa metropoli … dalle possenti costruzioni rimarranno stupiti e sbigottiti vedendo chi era stato a impedire che i fulmini della collera di Dio l'avessero da tempo (la città, nd.r.) cancellata dalla faccia della terra”.
Madre Beatrice II d’Este, già in odore di santità, muore il 18 gennaio del 1262, consunta da digiuni e penitenze per poter compartecipare alla passione di e con Cristo: “vitae cursum feliciter consumando, beatissimam animam suo reddidit Creatori” (“Completando con successo il corso della sua vita, restituì la sua anima benedetta al suo Creatore”).
Lascia orfano anche un popolo che la venera e che da lei non vuole staccarsi. Nasce il prodigio prima del “liquore” (della Beata), distribuito dalle consorelle alla popolazione bisognosa di conforto materiale e spirituale, ottenuto, per quasi tre secoli, dal lavaggio con acqua e vino del corpo incorrotto della Beata, esposta alla venerazione dei devoti il 18 dicembre, giorno in cui si ricorda il suo ritorno alla casa del Padre.
Subendo i rovesci della storia con protagonisti, in negativo, i suoi eredi, la Beata fornisce un segno inequivocabile: verso la fine del 1512 si scopre che del suo corpo ella ha lasciato solamente le proprie ossa! Apparentemente: niente più corpo incorrotto, niente più “liquore”, il conforto destinato “ai più piccoli” (Mt 11, 25-27) e ai più bisognosi! Una Madre però non lascia mai orfani i propri figli e tra il 1527 e il 1530 comincia quello che sarà da allora e per sempre ricordato come il prodigio delle “lacrime” (della Beata): lo stillicidio di gocce d’acqua che si formano (inspiegabilmente da un punto di vista scientifico) nella parte non lavorata della lastra di marmo che, fungendo da altare, copre da sempre l’originaria sepoltura della nostra.
Gocce come lacrime, come pietra che piange, ancor di più: “Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza” (Is 45, 8ab). Beatrice ci accompagna compatendo le miserie dell’Homo (medioevale, rinascimentale, pre/post industriale, post-atomico, digitale...), avendole vissute per prima sulla propria pelle. Ella ci sostiene rincuorandoci, oggi come allora, con gli strumenti delle buone opere (RB, IV): “Nihil amori Christi praeponere” (RB IV, 21; cfr. Mt. 10,37). Il prodigio annuale si esaurisce nell’arco di pochi mesi; ma poco importa, perché, giorno dopo giorno, anno dopo anno, queste stille che miracolosamente occhieggiano da una pietra, come le stelle lo fanno incastonate nel firmamento che scivola sui nostri destini, queste stille detergono, dissetano, levigano, leniscono, rinfrescano, sciolgono, cancellano, purificano, rivitalizzano, fecondano i cuori e i pensieri, le parole e i gesti di chi si lascia irretire da un così fulgido modello di abnegazione e fiducioso abbandono al richiamo del Verbo fattosi carne (Gv 1, 1-18). Non è un caso che Beatrice riposi da sempre nella cappella ricavata nel chiostro del suo monastero: silenzio del silenzio; luogo di smarrimento e di ritrovamento, di incontro e di ascolto con il proprio Signore. Lo stesso che fu per il profeta Elia al monte Oreb (1 Re,19), nascostosi in una caverna per fuggire da morte certa. Si incontrò con Yhwh, il suo Signore, che non assunse la forma del fuoco o del terremoto o del vento impetuoso, ma assunse le sembianze di un vento leggero che gli accarezzò il viso! Le piccole stille di Beatrice, partorite da una pietra (cfr. Es 17, 5), ci permettono di rigenerarci nello spirito tramite lo Spirito. Passate sulle palpebre, gli occhi non bruciano più, tornando ad essere capaci di guardare lontano, oltre l’orizzonte del Tempo. (Di Emanuele Alessandri)
Nel vasto panorama della storia armena e della Chiesa universale, la figura dell'Abate Mechitar di Sebaste (1676-1749) emerge come quella di un uomo di fede che seppe armonizzare l'ascesi monastica orientale con la profonda adesione al centro romano della cattolicità. Fondatore della Congregazione Armena Mechitarista, egli è ricordato come uno dei più insigni riformatori spirituali e culturali del suo popolo, capace di trasformare una modesta comunità in un faro di illuminazione per l'intera nazione armena, guidandola verso un rinnovamento profondo. Mechitar non fu semplicemente un iniziatore di un ordine religioso, ma un vero educatore di anime e un tramite spirituale tra culture e tradizioni diverse. Nella sua persona si fusero la profondità contemplativa dell'Oriente e la sistematicità razionale dell'Occidente. Egli seppe interpretare i segni del suo tempo, rispondendo con un'opera che ancora oggi sorprende per equilibrio, forza interiore e rilevanza.
Una vita dedicata alla verità e alla comunione
Nato a Sebaste, in Anatolia, da una famiglia di profonda fede ma di umili origini, Mechitar manifestò fin dalla tenera età un ardente desiderio di conoscere Dio e di dedicarsi a una vita consacrata. Si formò sui testi dei Padri della Chiesa e sulle Sacre Scritture, ma fu anche profondamente segnato dalla sofferenza per la divisione tra le Chiese e per il declino spirituale che osservava intorno a sé. Entrato tra i monaci armeni, provò ben presto delusione per la superficialità e la carenza di formazione che prevalevano in molti ambienti. Mosso da un desiderio di rinnovamento spirituale e culturale, intraprese un percorso di riforma che lo condusse a un'intensa vita di preghiera, studio e discernimento.
Anche di fronte a incomprensioni, calunnie e persecuzioni, Mechitar non si lasciò sopraffare dalla disperazione. Egli scorgeva in ogni evento la mano di Dio che lo guidava verso una missione più grande: restituire al monachesimo armeno la purezza delle sue origini e aprirlo alla comunione universale. Dopo anni di viaggi, trovò rifugio prima a Modone, poi a Venezia. Nel 1700 fondò a Costantinopoli la sua Congregazione, e nel 1717 ottenne l'isola di San Lazzaro a Venezia, dove la comunità stabilì la sua sede definitiva. Lì, in un ambiente di silenzio e dedizione allo studio, sorse un centro di preghiera, cultura e dialogo che avrebbe trasformato il volto della Chiesa armena.
Il profilo monastico: contemplazione, sapienza e servizio
Per Mechitar la vita monastica non rappresentava una fuga dal mondo, ma piuttosto una sua trasfigurazione nello Spirito. Amava affermare che il monaco deve essere una luce per gli altri non solo con le parole, ma con la serenità che dimora nel suo cuore. Nelle sue lettere e nei suoi ammonimenti, egli insisteva sull'importanza per il monaco di essere uomo di preghiera, di silenzio e di sapienza, profondamente radicato nella Parola e nella carità fraterna. La sua “Regola”, ispirata a San Benedetto ma profondamente inserita nella tradizione armena, proponeva un equilibrio armonioso tra studio e contemplazione, disciplina e benevolenza, obbedienza e libertà dello Spirito.
Nel monastero da lui fondato, la giornata era scandita dal canto liturgico, dallo studio delle lingue e delle Sacre Scritture, dalla traduzione di testi antichi e dalla trascrizione di preziosi manoscritti. Mechitar era convinto che la bellezza e la cultura potessero essere vie privilegiate di evangelizzazione. Per questo volle che ogni monaco fosse anche un uomo di lettere, un educatore, un messaggero della verità. San Lazzaro divenne così un crocevia di santità e di sapere, dove la preghiera si univa all'attività intellettuale e dove la conoscenza era vissuta come forma di lode a Dio.
Un carisma ecumenico e universale
Tra gli aspetti più luminosi della vita di Mechitar vi è la sua visione ecumenica, scaturita non da un mero progetto diplomatico, ma da un cuore profondamente evangelico. Pur rimanendo saldamente armeno, egli riconobbe nella comunione con Roma la garanzia dell'unità nella verità. Non cercò di latinizzare il suo popolo, ma di purificarne la fede e di rinnovarne la tradizione alla luce della Chiesa universale. Per questo desiderò che i suoi monaci conoscessero sia la teologia orientale sia quella occidentale, imparassero le lingue dei Padri e dei popoli, diventando così ponti viventi tra mondi diversi.
Il suo ecumenismo non fu teorico, ma essenzialmente spirituale: nasceva dal Vangelo e si esprimeva nel servizio, nella cultura, nel dialogo e nell'educazione. Egli vedeva nel sapere e nella carità due strumenti privilegiati per sanare le divisioni. Il suo motto, sebbene non scritto, era: "Chi ama la verità non può odiare nessuno". In un'epoca di sospetti e chiusure, Mechitar incarnò una cattolicità aperta e serena, fondata sulla preghiera e sulla fedeltà. Il suo cuore era interamente rivolto a Cristo e, proprio per questo, era capace di accogliere tutti. Nelle sue lettere si trova spesso l'invito a pregare per coloro che non comprendono e a rispondere all'errore con la mitezza della verità.
L'opera educativa e culturale
L'intuizione pedagogica di Mechitar fu straordinaria. Egli comprese che la rinascita di un popolo passa attraverso la formazione integrale della persona: mente, cuore e spirito. Le sue case monastiche si trasformarono in vere e proprie scuole, dove si insegnavano grammatica, filosofia, teologia, ma anche musica, scienze naturali e arti. I suoi discepoli, fedeli al suo spirito, fondarono tipografie e biblioteche, tradussero i Padri della Chiesa, pubblicarono la Bibbia e i classici armeni, formando generazioni di giovani. In tal modo, i Mechitaristi contribuirono non solo alla rinascita religiosa, ma anche culturale e nazionale dell'Armenia.
Nel pensiero di Mechitar, educare significava condurre l’uomo a scoprire in sé l’immagine divina, e ogni disciplina, anche quella profana, poteva diventare un sentiero verso Dio. La sua pedagogia, intrisa di dolcezza e rigore, combinava la sapienza monastica orientale con il metodo occidentale. Seppe unire la sapienza della Scrittura e la conoscenza umana, ponendo la Bibbia alla destra e i libri della scienza alla sinistra come due ali dello stesso spirito di verità.
L'eredità viva
Dopo la morte di Mechitar, avvenuta a Venezia nel 1749, i suoi discepoli continuarono a diffondere la sua opera in tutto il mondo. Le tipografie mechitariste, le scuole e i monasteri di Venezia e Vienna divennero centri di irradiazione culturale e spirituale per l'Armenia e per l'Europa. Attraverso le edizioni dei testi sacri, le traduzioni, le grammatiche e i trattati morali, la Congregazione mantenne viva l'anima del suo fondatore: unire fede e cultura, preghiera e conoscenza, Oriente e Occidente.
Oggi, a tre secoli di distanza, Mechitar di Sebaste rimane una figura di sorprendente attualità. Il suo invito alla purezza di cuore, al dialogo tra le Chiese e alla formazione integrale della persona risuona come una profezia di comunione in un mondo frammentato. Il suo esempio dimostra che la santità non consiste nell'isolamento, ma nel vivere in Dio per servire gli altri, e che la vera unità scaturisce dalla verità vissuta nella carità. Nel silenzio monastico di San Lazzaro, la sua voce continua a sussurrare a ogni generazione: "Cerca la verità, ama la carità, vivi l'unità."
Oggi come allora, la spiritualità di Mechitar invita la Chiesa e ogni credente a riscoprire il valore del discernimento, della cultura e del dialogo. Egli rimane un modello di fedeltà alla Chiesa e di apertura al mondo, di contemplazione e azione, di umiltà e di coraggio. La sua eredità continua a fiorire ogniqualvolta un cristiano ricerca l'unità nella verità e la luce di Dio nella vita quotidiana. (Di padre Anton, monaco mechitarista)
Tra gli animali che popolano quel mondo simbolico con cui le culture trasmettono esperienze e valori umani e religiosi, sicuramente il leone acquista un rilievo particolare. Fin dall’antichità si è percepita l’ambivalenza che trasmette questo animale nel suo linguaggio simbolico. Esso diventa emblema di coraggio, forza, nobiltà, regalità, ma anche di ferocia, di istinti indomabili, di cupidigia. E così l’iconografia del leone, che travalica tradizioni culturali e religiose, diventa articolata e complessa e in essa si sono stratificati significati tra loro contraddittori. Il leone è figura solare, di fuoco, di morte e di rinascita. La rappresentazione del leone è associata alle divinità o a contesti sacri – spesso è il custode delle porte, la sua presenza segna il passaggio dallo spazio cultuale a quello profano – oltre ad essere collegata a immagini e a ornamenti regali. Ma, allo stesso tempo, la figura del leone può essere interpretata anche in chiave negativa in quanto custode degli inferi o in relazione alle potenze demoniache.
Questo si riflette anche nel linguaggio biblico dove la figura del leone ha una valenza duplice e contrastante: da una parte come simbolo di vittoria regale e dall’altra come immagine del nemico che divora e da cui solo Dio può proteggere (pensiamo a Daniele nella fossa dei leoni oppure all’episodio di Sansone che squarcia un leone in Gdc 14,6). Celebre, nella tradizione cristiana, è il passo della prima lettera di Pietro: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5, 8). Alcuni passi della Scrittura che colgono nel leone la dimensione di regalità e forza hanno avuto una fortuna nella tradizione cristiana, arricchendone anche l’iconografia tanto da diventare uno degli emblemi più ricorrenti e pregnanti di Cristo (basta rileggere i testi didattico-moraleggianti quali il Physiologus e i vari Bestiari per rendersi conto della rilettura in chiave cristologica della simbologia del leone). In particolare possiamo ricordare l’episodio in cui il patriarca Giacobbe benedice il figlio Giuda riconoscendo in lui un giovane leone (Gen 49,9), episodio che nell’interpretazione cristiana diventa l’immagine di vittoria connessa alla tribù di Giuda, indissolubilmente legata alla presenza del Messia: «Non piangere: ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli», si legge in Apocalisse 5,5. Nella tradizione biblica, inoltre, il leone – unitamente all’immagine del vitello, dell’aquila e dell’uomo – è associato al tetramorfo, una presenza misteriosa che compare nelle visioni di Ezechiele in relazione al carro del Signore (Ez 1,10) e che sarà ripresa e reinterpretata nel libro dell’Apocalisse nella figura di quattro esseri viventi che risplendono davanti al trono dell’Altissimo: «In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di un uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4, 7). I Padri della Chiesa riconosceranno nelle figure dei quattro esseri viventi quelle degli evangelisti posti davanti al trono di Cristo, un’interpretazione che troverà pieno riscontro già nell’arte paleocristiana. E all’evangelista Marco sarà associato il simbolo del leone.
Ma anche i santi entrano in relazione con questo animale. Lo ritroviamo presente in vari scritti agiografici e, obbedendo in qualche modo al suo carattere ambivalente, il leone si pone di fronte al santo o come nemico contro cui combattere o come compagno riconciliato che si pone a servizio. A ricordo dell’episodio biblico di Daniele nella fossa dei leoni, la ferocia di questo animale fu utilizzata per piegare la costanza dei martiri. Negli Atti dei martiri o nelle loro leggende i leoni pronti a divorare i fedeli di Cristo diventano il simbolo del potere demoniaco che tenta di distruggere la fede cristiana. E così i leoni entrarono anche nella iconografia di alcuni santi martiri, come Tecla, Eufemia e soprattutto Ignazio di Antiochia. In età molto avanzata Ignazio è condannato a morte dall’imperatore Traiano. Durante il viaggio alla volta di Roma, nel mezzo di una sosta a Smirne, ha la possibilità di incontrare Policarpo, suo condiscepolo e ora vescovo della città. Viene dato in pasto ai leoni nell’anfiteatro Flavio (Colosseo) durante i giochi delle festività dell’anno 107. Lui stesso aveva predetto questa morte quando scrisse in una lettera: «Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Se subirò il martirio, ciò significherà che mi avete voluto bene. Se sarò rimesso in libertà, sarà segno che mi avete odiato».
Nel racconto leggendario del martire san Mamas di Cesarea si opera una sorta di conversione nel leone: l’armonia che regnava nell’Eden tra animali e uomo si trasmette al martire e trasforma la ferocia del leone in docilità. Infatti san Mamas è raffigurato nelle icone mentre cavalca un leone. Come narra la sua leggenda, nascostosi per sfuggire alle persecuzioni, Mamas era vissuto in mezzo ad animali selvaggi, orsi, tigri, leoni, che da lui erano stati nutriti e difesi. Un leone, in particolare, si era affezionato e da Mamas era stato incaricato di venirgli in aiuto nel momento in cui sarebbe stato condotto al martirio. Quando Mamas fu arrestato e condotto nell’anfiteatro per essere ucciso, dalle montagne scese il leone e seminando panico e terrore, si avvicinò con rispetto al santo che lo invitò a ritornare nella foresta. Liberato un altro leone dalla gabbia per divorare Mamas, la belva «appena vide il santo, gli si gettò ai piedi – narra il racconto agiografico – e incominciò ad accarezzarlo; si sarebbe detto che era stata inviata più per consolarlo che per ucciderlo. Così gli animali più feroci rivelano che l’umanità era passata nel cuore delle bestie, e la ferocia delle belve nell’anima del tiranno».
La figura del leone che diventa compagno di un santo caratterizza soprattutto la letteratura agiografica monastica. Il monaco, come colui che è pacificato con Dio, unito interiormente e capace di comunione, riesce a trasfigurare ogni relazione, anche le più conflittuali, riportando in esse una armonia di pace e di perdono. Ogni violenza viene dissipata e tutto è riconciliato in Dio. Anche la ferocia del leone si trasforma in forza positiva e la misericordia del santo ne annulla il potere distruttivo. E così scopriamo nella vita di alcuni santi monaci come il leone diventa un aiuto per il santo. San Girolamo, nella sua Vita di San Paolo eremita, ci narra che due leoni aiutarono Antonio il Grande a seppellire il corpo di Paolo. Un episodio simile è narrato nella vita di sant’Onofrio e in quella di santa Maria Egiziaca. Nella vita di san Macario il Romano è descritto lo stupore (e forse anche un po’ il terrore) di tre visitatori che giunti alla grotta del santo scorsero accanto a questo vegliardo, coperto di capelli e barba bianchissimi, due leoni che gli facevano compagnia e lo difendevano. Di fronte alla paura dei visitatori, Macario - narra la Vita - «mise le mani sula testa dei leoni e accarezzò loro il collo. Poi disse. “Miei piccoli, sono tre fratelli che sono venuti a renderci visita dal mondo. Vi prego di non fare loro del male”. Poi aggiunse: “Avvicinatevi e non abbiate paura”».
L’uomo pieno di misericordia, come Macario, non ha più paura della ferocia dell’animale; e l’animale che si sente accolto dalla misericordia dell’uomo di Dio depone ogni forma di difesa e di violenza. È questo il senso del racconto trasmessoci da Giovanni Mosco nel suo Prato Spirituale e che si riferisce al monaco Gerasimo, vissuto come eremita presso il Giordano. Si narra che un giorno si avvicinò al monaco un leone che zoppicava. Gerasimo vide che aveva una grossa spina in una zampa, gliela estrasse e medicò la zampa. Da allora il leone lo seguì fedelmente come un cagnolino, e divenne il compagno di un asino che trasportava l'acqua per il monastero. Quando alcuni predoni rubarono l'asino, il leone tornò da solo da Gerasimo che, pensando che avesse mangiato l'asino, lo incaricò di trasportare l'acqua, e il leone accettò docilmente. Qualche tempo dopo i ladri tornarono portando con sé l'asino e tre cammelli, il leone li assalì mettendoli in fuga, poi prese le briglie dell'asino e dei cammelli e li portò dal santo, che si scusò con lui per la punizione ingiusta che gli aveva dato. Il leone visse con i monaci per cinque anni e, quando Gerasimo morì, si fermò sulla sua tomba battendo il muso a terra, senza mangiare né bere fino a morire d'inedia.
Questo episodio è stato riportato di sana pianta da Jacopo di Varazze nella sua Leggenda Aurea, ma attribuito erroneamente a san Gerolamo. Ecco perché nella iconografia spesso san Gerolamo viene rappresentato come penitente, in una grotta, con un leone accovacciato ai suoi piedi. Al di là dell’errore di attribuzione, il leone ai piedi di San Gerolamo può assumere ugualmente un valore simbolico per il nostro santo: il carattere focoso e fiero di Gerolamo è come ammansito e il leone in questo caso è simbolo delle passioni domate e mette in luce le virtù del santo che è riuscito a placare l’istintiva aggressività dell’animale (e forse ad addolcire un po’ anche la sua).
Colui che ha recuperato pienamente la sua umanità in Cristo partecipa della sua stessa vittoria sul male e in lui ogni creatura ritrova la sua vera vocazione: essere segno della bontà di Dio, a lode della sua gloria. Allora non c’è più conflittualità, ma tutto è riconciliato in Cristo. Così aveva preannunciato il profeta Isaia contemplando da lontano i tempi messianici: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (Is 11, 6-11).
Chi ha una qualche dimestichezza con il linguaggio dell’arte sacra, non si stupisce nel vedere l’abbondanza di elementi tratti dalla natura nelle rappresentazioni dei santi. Piante ed animali, presenti nella vita o nelle tradizioni leggendarie legate ad un santo e riletti in un orizzonte simbolico, ne diventano segni distintivi che rivelano non solo il legame profondo del santo con la natura, ma diventano un tutt’uno con la sua identità, un messaggio per comprenderne la santità. Per questo le immagini di molti santi hanno profondi legami con il mondo della natura. Fiori e piante, animali domestici e selvatici, accompagnano spesso i loro ritratti in dipinti e statue, mosaici e affreschi. E insieme alla biografia di ciascuno, si trova sempre un episodio, una storia, un rimando a fatti realmente avvenuti, a sogni, visioni, interpretazioni, credenze, leggende che, in modo semplice o colto, mostrano come la grazia di Dio nei confronti delle donne e degli uomini sia indissolubilmente legata alle altre molteplici forme di vita sulla terra.
In molte vite di santi, soprattutto nell’antichità e nel medioevo, il paesaggio naturale, con la ricchezza delle sue espressioni, diventa lo spazio vitale in cui si forma un tipo di santità. I deserti inospitali dell’Egitto, le fitte foreste e i laghi del nord della Russia, le cavità delle rocce e degli alberi, le isole e i fiumi sono l’orizzonte naturale, soprattutto dell’antichità, di tante forme della santità cristiana. Ma è specialmente il mondo animale ad essere entrato in dialogo con la vita di molti santi. Nell’immaginario agiografico non c’è una specie animale che non trovi un posto. Usando una immagine biblica, si potrebbe dire che animali domestici e bestie feroci, uccelli e rettili, pesci e insetti entrano nello spazio della santità come in una sorta di arca di Noè per essere salvati e ridonati in modo nuovo alla creazione.
È impossibile qui fare l’elenco degli animali presenti nelle vite dei santi. Accanto agli animali domestici come il cane (cfr. san Domenico di Guzman, san Rocco, santa Margherita da Cortona), il cavallo (sant’ Eligio di Noyon), la mucca (santa Brigida d’Irlanda) l’oca e l’anatra (santa Verburga di Chester e santa Hilda di Withby, nelle cui vite sono presenti miracoli di oche e anatre che rovinavano raccolti), nelle Vite ritroviamo episodi con animali meno pacifici, animali selvaggi che a contatto con la santità dell’uomo di Dio subiscono una profonda trasformazione e vengono salvati. Pensiamo al leone legato alla figura di san Gerolamo o presente in un episodio della vita di san Gerasimo, anacoreta presso il Giordano; oppure alla iena curata da san Macario di Alessandria, al cinghiale che si accovaccia ai piedi dell’eremita san Basolo (vissuto presso Reims nel sec. VII), alle lontre che si avvicinano a san Cutberto di Lindisfarne (+ 687) quando si ritira sulla riva del mare per pregare.
Anche gli uccelli hanno un ruolo significativo nella vite dei santi. Riportiamo solo un simpatico e tenero episodio legato alla vita di san Carileffo (o Calais, eremita vissuto nel VI sec. al Nord della Francia). A questo santo monaco accadde di dare alloggio a dei cardellini nel suo stesso cappuccio. Stava infatti lavorando e aveva appeso il suo cappuccio ad un ramo, quando si accorse che intorno a lui si erano radunati cardellini, cinciallegre, fringuelli, lucherini, merli… che cantavano e volavano festosi qua e là. Contento di quella allegra compagnia mandata dalla Provvidenza, Carileffo lavorò fino a sera. Quando fu ora di tornare a casa si accorse che nel cappuccio c'era un piccolo uovo bianco. Anziché buttarlo, lo lasciò nel cappuccio riappeso al ramo. Quando tornò il giorno dopo vide che le uova erano quattro. Decise allora di lasciare che la natura facesse il suo corso e fu premiato quando, dopo un po' di giorni, vide involarsi quattro bei cardellini dal suo stesso cappello.
Infine, anche rettili, pesci (santa Amalberga di Tamsee, VIII sec., attraversò il fiume a cavallo di un pesce) e insetti (pensiamo alle api che si posano sulla bocca di sant’Ambrogio, ancora neonato nella culla) entrano a far parte di questa sorta di paradiso terrestre che è la santità cristiana.
Questo legame del santo con la natura, così come appare negli scritti agiografici o nelle tradizioni leggendarie, non ha nulla di idilliaco. La natura presente nella vita del santo è una natura ferita dal peccato e quindi una natura che conserva una forte ambivalenza: essa può essere luogo di rivelazione del disegno di Dio, segno della sua presenza, oppure strumento e manifestazione del male. Spesso, in molti racconti agiografici, la natura con le manifestazioni ad essa legate si rivela ostile e ribelle e sembra ostacolare il cammino di santità. Addirittura può diventare espressione simbolica del male. Pensiamo alla forma mostruosa del drago (cfr. san Giorgio, santa Marta, santa Margherita di Antiochia) o alla pericolosità subdola del serpente (san Patrizio d’Irlanda, san Giulio d’Orta). È evidente che qui gli animali sono sé stessi e più che se stessi: simboli del male mascherato dalla parvenza del bene, del tradimento, dell’eresia. Il santo è chiamato ad affrontare, nel segno della vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato, questa dimensione inquietante della natura. Soprattutto il santo, attraverso questa lotta, che è simbolo della lotta interiore contro il peccato, è chiamato a riportare la natura al suo progetto inziale, a quella bontà impressa in essa da Dio stesso. Allora la natura (ed in particolare gli animali) entra in un processo di trasformazione, di conversione, di trasfigurazione proprio a contatto con la santità.
Si rivela così la seconda angolatura che segna il legame tra il santo e la natura. La natura entra in armonia con il santo e diventa l’espressione di un raggiunto stato paradisiaco. Essa serve il santo, diventa lo spazio della santità. Non stupisce allora di scoprire, in molti episodi agiografici, un profondo legame di amicizia che si crea tra il santo e gli animali. Essi addirittura diventano fedeli compagni nel cammino della vita, perché si sentono accolti e amati. Di qui deriva la cura per gli animali che è cura della natura ferita e violentata dall’uomo (cfr. alcuni episodi della vita di santa Brigida d’Irlanda) ed è segno della misericordia di Dio per ogni creatura. San Martino de Porres, domenicano vissuto a Lima e uno dei primi santi del Nuovo Mondo (1579-1639), tra le tante sue cure ebbe quella per gli animali: non sopportava che si maltrattassero e si rivolgeva a quelli più umili del cortile, anche ai topi, perché anche in loro vedeva l’orma del Creatore. Parlava con essi e ne era obbedito: cani, gatti, buoi andavano da lui a farsi nutrire, curare e medicare e i topi si radunavano in fondo al cortile per essere nutriti senza far danno ad altri.
A questo riguardo è interessante la figura simbolica del cervo o della cerva nella vita di alcuni santi. Tra gli altri, l'animale è associato ad Egidio, il santo eremita nato ad Atene e trasferitosi in Provenza (+ 720), dove diede rifugio ad una cerva inseguita durante una battuta di caccia. Egidio abitava in una grotta, usava il legname e le frasche per ripararsi e mangiava i frutti del bosco. Per consolarlo nella sua solitudine e per nutrirlo meglio, la Provvidenza gli mandò una cerva. Questo splendido e grande animale passava ogni mattina vicino alla sua grotta. Egidio con calma se la fece amica e riuscì ad addomesticarla, così che poteva mungerla senza spaventarla. La stessa cerva, durante una battuta di caccia, venne inseguita per essere uccisa: si rifugiò tra le braccia del santo, che non esitò a ripararla con la sua mano e a rimanere lui stesso ferito dalla freccia lanciata per uccidere l’animale.
Il cervo è legato anche ad altri due santi. La conversione di sant'Uberto vescovo di Liegi (+ 720) avvenne durante una battuta di caccia, quando nel fitto del bosco gli apparve un cervo con un crocifisso tra i maestosi palchi che indusse il protettore delle guardie forestali a dedicarsi per il resto della vita all'evangelizzazione delle Ardenne. Un episodio simile, narrato nella Legenda Aurea, accadde a sant'Eustachio, soldato romano martirizzato nel II secolo. Seguiva un cervo nella foresta, quando tra i palchi dell'animale vide un crocifisso luminoso e udì le parole: "Perché mi perseguiti? Io sono quel Cristo che non conosci, ma onori senza saperlo". In questi due ultimi episodi si rivela una funzione importante della presenza della natura nelle vite dei santi: essa si trasforma in simbolo di una realtà che va al di là dello sguardo dell’uomo, simbolo del mondo di Dio.
La natura educa ad uno sguardo contemplativo. Questo sguardo posato sul creato suscita nell’uomo di Dio quel senso di stupore davanti alla presenza del divino nascosto nel quotidiano. Per chi sa leggere il muto linguaggio della natura, ogni creatura rivela qualcosa del mistero di Dio, della sua bontà, della sua provvidenza. Anche un cervo può nascondere il volto di Colui che chiama l’uomo violento alla conversione, che ridona ad ogni creatura quella luminosità voluta da Dio e che fa scegliere la via della vita e non quella della morte.
Poco prima di morire, san Benedetto ebbe una visione: come narra san Gregorio Magno, «il mondo intero come raccolto in un unico raggio di sole fu posto davanti ai suoi occhi». E commentando tale visione, Gregorio aggiunge: «per l’anima che vede il Creatore […] l’intero creato le appare ridotto ad una misura assai piccola; è infatti la stessa luce della contemplazione a dilatare la sua interiore capacità di penetrazione […]. Dire che il mondo era come interamente raccolto davanti ai suoi occhi, non significa affermare che il cielo e la terra si erano rimpiccioliti, ma piuttosto si era dilatata l’anima di colui che contemplava. Egli, infatti, sollevato in Dio, poté facilmente vedere tutto ciò che si trova al di sotto di Dio».
Così, con questo sguardo di comunione e di compassione, con questa luce che trasfigura, ogni creatura acquista il suo senso e il suo posto nel disegno di Dio. È questo lo sguardo della santità che Dio dona all’uomo e con cui si è chiamati a contemplare la creazione.