“Allora adesso siete un monastero green!”
Questa e simili espressioni stanno cominciando a circolare tra gli ospiti e gli amici che recentemente sono passati in comunità. Ciò è dovuto al fatto che si stanno concludendo i lavori di riqualificazione energetica programmati per quest’estate, che sono stati svolti con competenza, velocità, collaborazione e anche rispettando lo stile e l’ambiente monastico. Rarissime e puntuali sono state le attività davvero rumorose, non ci si è quasi accorti di avere in casa operai e tecnici molto indaffarati...
Nel numero 38, del dicembre 2024, di questa newsletter, era stato auspicato e programmato un intervento che ponesse rimedio allo stato ormai terminale delle caldaie a legno e gasolio che per vent’anni hanno provveduto a riscaldare i nostri ambienti e fornirci l’acqua calda sanitaria. Avvalendoci delle competenze di Sinergia, una azienda di Vicenza particolarmente specializzata in soluzioni ecocompatibili per il riscaldamento, e appoggiandosi poi alla vicina Green Calor di Luino e alle sue maestranze per la realizzazione effettiva del progetto, abbiamo accolto e aderito alla proposta di una riqualificazione combinata, che ora vede la triplice “concorrenza” di una caldaia a legno cippato, di tre pompe di calore e di due serie di pannelli fotovoltaici posizionati sui lati sud ed est del tetto. Mancano delle piccole rifiniture legate alla regolazione delle temperature nei singoli ambienti e alcune certificazioni tecniche, ma ormai il grosso del lavoro è terminato e l’impianto è già in funzione.
Entrando un po’ nel dettaglio, nella precedente centrale termica sono stati posizionati due “puffer”, due grandi serbatoi da 2500 litri ognuno dove viene immagazzinata l’acqua calda e mantenuta in temperatura per ottemperare alle richieste dell’impianto, un terzo serbatoio della medesima capienza insieme a una pompa di calore sono stati posti nel locale esterno della lavanderia mentre la caldaia insieme al deposito di legno cippato (frantumato in piccoli pezzi) sono stati collocati dove c’era la falegnameria. Le tre grandi – ma silenziose – pompe di calore, che verranno utilizzate soprattutto nelle mezze stagioni e che si “nutriranno” dell’energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici, sono all’esterno, sul retro della casa, con un impatto visivo rispettoso dell’ambiente e comunque ordinato. Minimi sono stati i lavori edili, molto più significativi quelli idraulici ed elettrici ma tutti svolti da professionisti qualificati e che hanno anche saputo integrarsi felicemente con le dinamiche e i tempi di una comunità monastica. Particolare non secondario: tutto l’impianto può essere gestito – ed effettivamente lo è – a distanza, mediante un programma informatico che agisce da remoto. La dimensione meccanica-manuale più significativa sarà lo sversamento in tempi programmati del legno cippato nel locale adiacente alla caldaia. Abbiamo anche provveduto a bonificare la cisterna del gasolio precedentemente impiegato e, a completamento di tutta questa attività, si sta procedendo anche ai lavori che riguardano l’anello antincendio che circonda la casa, ottenendo anche il certificato di prevenzione incendi.
Nel citato editoriale dello scorso anno si prevedeva “un cantiere prolungato” (p. 5): siamo felici di essere stati smentiti su questo aspetto; sono infatti stati rispettati i tempi e questo ci permette di sperare di poter ottenere anche dei significativi incentivi che andrebbero ad alleggerire la spesa complessiva dell’opera.
Papa Leone XIV, sulla scia di papa Francesco e della sua Laudato si’, ci esorta affinché «l’ecologia integrale sia una scelta sempre più condivisa». Questo nostro progetto energetico vuole essere un piccolo segno di collaborazione al recupero della centralità della salvaguardia del creato per la vita di tutti gli uomini. Speriamo possa essere contagioso. (Di fr Andrea Oltolina, priore)
In questa rubrica si è già provato a dire qualcosa riguardo al Giubileo che quest’anno la Chiesa offre alle donne e agli uomini di tutto il mondo, un’occasione «per favorire la conoscenza e l’incontro con il Signore Gesù, instaurando un virtuoso cammino di conversione e bellezza» (Newsletter n. 38/Dicembre 2024, p. 3). Il tema di questo Giubileo è “Pellegrini di speranza”, una speranza che non delude, secondo l’espressione di Paolo nella lettera ai Romani (5,5), perché si appoggia sulla fedeltà dell’amore di Cristo e apre a un rinnovamento delle relazioni interpersonali e collettive.
Parto dal primo termine, pellegrino. I monaci che seguono la Regola di san Benedetto fanno voto di stabilità, ossia si impegnano a condividere la loro esistenza con un determinato gruppo di fratelli per tutta la loro vita. La ragione profonda di questa scelta è vivere con radicalità l’amore fraterno, in una gara di obbedienza reciproca – come scrive san Benedetto nello splendido capitolo 72 della sua Regola –, evitando di girovagare fuori del monastero o di trovare giustificazioni esterne per non affrontare i problemi relazionali che possono insorgere nella vita comune. La stabilitas loci, la permanenza in un determinato luogo, aiuta in modo evidente il raggiungimento di tale finalità. Ora, tutti noi sappiamo che il pellegrinaggio è proprio il recarsi da un posto a un altro, da un luogo a un altro, ritenuto carico di richiami spirituali e religiosi che aiutino il fedele a “ricalibrare” la propria sequela evangelica. Fin dall’antichità il pellegrinaggio cristiano per eccellenza è sempre stato quello verso la Terra Santa, il luogo dove Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena; successivamente Roma ha acquisito un ruolo sempre più centrale a motivo della Santa Sede e del luogo del martirio dei grandi discepoli Pietro e Paolo; a discesa: santuari, abitazioni di santi e sante, luoghi ove sono avvenuti fatti inspiegabili, miracolosi. Ma centrale, anche più del raggiungimento della meta ambita, era soprattutto il cammino, faticoso e impegnativo, se non addirittura pericoloso, che tale spostamento comportava: un cammino che era propedeutico e sostanziale per la purificazione dell’anima del pellegrino e per nutrire l’attesa di un incontro lungamente coltivato nel tempo, e che produceva una progressiva dilatazione del cuore verso un amore sempre più autentico e gratuito. Come possono dunque i monaci vivere questo pellegrinaggio, visto l’impegno di stabilità cui si sono votati?
Non entro in merito alla modifica sostanziale che oggi gran parte dei pellegrinaggi ha subìto, trasformandosi spesso in meri viaggi turistici, o all’impegno economico che spesso questi possono comportare: sono oggettivamente aspetti secondari rispetto alla finalità principale, che resta in ogni caso la conversione. Ecco dunque in quale senso è possibile anche per un monaco essere pellegrino in questo tempo giubilare: attraversare l’ordinarietà della propria esistenza con un pellegrinaggio interiore – i padri della chiesa si scagliavano duramente verso chi sostenesse che solo recandosi a Gerusalemme era possibile conseguire degli autentici e duraturi passi di trasformazione della propria vita – che individui delle tappe e una meta spirituale autentica. Sarebbe bello che ognuno di noi, monaco oppure no, giungesse al termine di questo tempo di grazia, al di là di un itinerario geografico verso un luogo sacro o meno, con almeno la tensione verso un frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Questo sarebbe essere autenticamente pellegrini!
Ma anche qui è necessaria una importante consapevolezza: a questa dimensione di trasfigurazione della propria esistenza si potrà giungere solo e soltanto nella misura in cui terremo fisso, nel nostro camminare attraverso le pieghe della vita, lo sguardo su Gesù (cfr Eb 12,2) e ci lasceremo sempre più affascinare dal suo stile, interrogare dalle sue parole, mettere in crisi dai suoi gesti. Solo con una preghiera umile e costante potremo continuare il cammino nella gioia e nella verità.
La speranza. Come mai proprio la speranza è stata messa al centro di questo Giubileo? Che cosa si desidera far crescere e, al contrario, combattere?
Numerose sono le speranze che alimentano i nostri desideri più immediati e spontanei: poter avere una vita bella, ricca di relazioni e salute, aperta al futuro e capace di tener conto della sapienza di coloro che sono venuti prima di noi, che fiorisce aderendo alla realtà e genera nuova linfa per le generazioni future. Più in profondità: speranza che la giustizia sia la dimensione che governa il mondo, che la guerra venga ripudiata come strumento per regolare le relazioni tra le nazioni, che il cibo sia distribuito in modo sufficiente per tutti e che l’umanità sappia affermare con coraggio e perseveranza il valore di ogni uomo, al di là degli errori che questi può aver compiuto, che la nostra casa comune sia rispettata e custodita nella sua straordinaria unicità, che esista una comunicazione rispettosa della verità e non “drogata” a fini economici e di potere, che ogni essere umano possa godere di piena libertà nella sua dimensione religiosa…
Potremmo aggiungere ancora tante forme di speranza. Oggi forse però ci viene chiesto di lottare non tanto contro la disperazione, ossia la mancanza di senso, quanto contro l’indifferenza. La nostra società ha perso la passione per ricercare un compimento, una pienezza, e si adegua, si adatta, si rinchiude – e viene costretta a rinchiudersi! – nel proprio piccolo mondo, perdendo lo sguardo ampio, universale e autentico che ogni essere umano porta nel cuore. Sembra che nulla possa cambiare contro il mondo della finanza, della tecnica, della violenza e le nuove generazioni stanno rischiando di avere una prospettiva di vita molto più fragile, insicura, incerta rispetto ai propri genitori e a chi ha camminato prima di noi su questa Terra. Le passioni tristi, la depressione prima tra tutte, colorano il nostro tempo in modo importante.
Siamo allora invitati a non arrenderci, a saper combattere contro l’apparente inevitabilità negativa che ci sovrasta, a ridare nuove motivazioni al nostro agire nonostante le ferite e i fallimenti sperimentati. Non siamo chiamati ad essere supereroi o a negare i nostri limiti, ma ad imparare dai nostri fallimenti trasformando le nostre sconfitte in opportunità di crescita e verità. Basta con l’apparenza e il formalismo!
«I monaci si prevengano nello stimarsi a vicenda, sopportino con instancabile pazienza le loro infermità fisiche e morali, nessuno cerchi il proprio vantaggio ma quello degli altri, amino con cuore casto tutti i fratelli, temano Dio con trasporto d’amore, ed egli ci conduca tutti insieme alla vita eterna» (RB 72). Ecco il mondo nuovo, riconciliato e libero, che Benedetto prospetta al monaco. Ma è uno stile che ognuno può “importare” nella propria vita per rinnovarla nella verità. Il Signore Gesù, che ha sperato che la vita non sarebbe stata divorata dalla morte e ora vive oltre la morte – la quale annienta ogni nostra possibile speranza, anche buona – ci attende e cammina accanto a noi nel nostro pellegrinaggio terreno verso la pienezza di una vita non meno che eterna.
Come ha scritto sr. Simona Brambilla, neo eletta prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, riprendendo un adagio della tradizione patristica applicato alla Chiesa in riferimento alla luce di Cristo, «la vita religiosa è come la luna, non acceca e non “spegne” le stelle; è sinodale, brilla e lascia brillare, è umile. La luna si vede di notte e il nostro tempo può essere considerato notte». Davvero speriamo che la vita monastica, nel suo discreto porsi accanto a ogni essere umano, nella chiesa, a favore dei più poveri, possa offrire una luce lunare autentica, che apra all’incontro con la luce piena del Signore Gesù. È l’augurio che ci facciamo reciprocamente affinché questo Giubileo sia davvero una trasformazione della vita di tutti noi. (Di fr Andrea Oltolina, priore)
C’è qualcuno sulla faccia della Terra che non desidera vivere in pace? C’è qualcuno che desidera fare la guerra, veder morire i propri figli e le proprie figlie? C’è qualcuno che spera di veder distrutta ogni forma di civiltà, di rispetto?
Ovviamente, nessuno! Tutti lo pensano, tutti lo dicono: la pace è il bene sommo a cui tutti noi tendiamo, anche inconsciamente. Biblicamente, lo shalom è la somma di ogni forma di pienezza di vita. Non a caso Gesù risorto comunica la pace quale bene primo e assoluto (cfr. Gv 20,19.26).
Eppure sembra che il mondo sia in preda a una follia generale secondo la quale la pace può realizzarsi soltanto attraverso la guerra, attraverso l’annientamento fisico dell’altro, di colui che viene identificato come nemico. La possibilità di un confronto di opinioni, di un dialogo, di mettere in atto quella che è ufficialmente chiamata diplomazia e di cui la politica dovrebbe essere la prima responsabile, non appare come una via percorribile e proficua. Meglio umiliare e colpire talmente l’altro da impedirgli di potersi rialzare. Si ripresenta minacciosamente all’orizzonte la teoria che homo homini lupus e che la clava è migliore della parola e del rispetto comunque dovuto a ogni altra persona.
Appare evidente, come ha scritto su Avvenire del 30 marzo 2025 Stefano Zamagni, come sia necessario “disarmare le menti”. Mentre siamo comodamente sul divano, ci propinano scene di distruzione come se fossimo in un videogame: e tutto questo alimenta dentro di noi la cultura della guerra, della violenza, della forza bruta. Ci fa credere che questi strumenti siano gli unici per affrontare la vita, la realtà.
Sono ottant’anni che qui in Europa non conosciamo una guerra esplicita e diffusa. E se questa è certamente una benedizione, dall’altra parte sembra che non riusciamo a convincerci di cosa sia effettivamente un conflitto bellico. Sembra che i racconti, le testimonianze, i documenti, le immagini che ci fanno almeno intuire quale orrore infinito sia la guerra non riescano più a motivarci. La memoria di quanto accaduto non riesce più a tenere desta la nostra umanità e dignità, facendoci precipitare a livello istintivo e – appunto – animalesco, proprio come si comporterebbe un lupo.
Prosegue ancora Zamagni: “La pace non è un obbiettivo irraggiungibile, dato che la guerra non è un dato di natura. […] Piuttosto, la guerra è un frutto marcio di persone che la vogliono. Lungi dall’essere il proseguimento della politica con altri mezzi, la guerra è il fallimento della politica. E allora si sviluppano ideologie che insegnano a odiare: il vicino, il diverso, il povero, dei cui effetti devastanti sono piene le cronache. Occorre dunque resistere, con saggezza e tenacia, perché tali persone non abbiano l’ultima parola nella formazione dell’opinione pubblica e soprattutto non arrivino a occupare posizioni di potere politico”.
Ma su cosa contano soprattutto questi personaggi che hanno interesse a far spendere miliardi per la produzione e l’impiego delle armi, che non perseguono la via della deterrenza e preferiscono soffiare sulle braci dello scontro di civiltà, dell’incompatibilità di prospettive? Anche qui la risposta è purtroppo univoca: sulla nostra indifferenza, sulla nostra insensibilità, sulla sfiducia di cui noi stessi siamo portatori, e cioè che “non ci possiamo far niente”, che tali giganti dell’economia e dell’opinione pubblica non ascolteranno mai la nostra voce.
E invece no! In un mondo ormai tutto connesso e collegato, chi ha in mano le vie dell’informazione ha una paura folle di far conoscere certe vicende, certi fatti e certe metodologie. Perché non si può accedere a certe carte, perché non si possono ottenere certi documenti? Ovvio, perché i diritti fondamentali vengono negati o stravolti. E di questo dobbiamo invece chiedere ragione e batterci affinché ad ogni persona sia riconosciuto il diritto di vivere in pace. Dobbiamo recuperare il valore del gesto di gratuità, dell’opinione sostenuta con fermezza, capace di contrastare l’indolenza. Solo se nella quotidianità riusciamo a inserire tali atteggiamenti di solidarietà e rispetto ci potrà essere un atteggiamento che cresce dal basso e che può diventare opinione comune condivisa. Come diceva don Lorenzo Milani: “Ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”. E il professor Rocco D’ambrosio, che lo cita in settimananews.it del 5 marzo 2025, aggiunge: “La vigilanza sul potere nasce dalla coscienza di sentirsi responsabile di tutto e di volere che il tutto cresca e si sviluppi nella libertà e nella giustizia. La vigilanza è propria di persone mature, che, oltre che con la partecipazione attiva, portano il loro contributo aiutando, con diversi mezzi, chi detiene un potere a svolgere correttamente il servizio affidatogli”.
Papa Francesco non smetteva di richiamare questi temi. Mi ha colpito quello che ha scritto al direttore del Corriere della Sera del 18 marzo 2025 sul ruolo delle parole e la loro importanza nell’aiutare a costruire degli scenari reali e affidabili. “Vorrei incoraggiare lei e tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti di comunicazione che ormai uniscono il nostro mondo in tempo reale: sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità”.
La semplificazione delle questioni affascina perché riporta tutto a un livello banale ma non è realistica. La guerra non ha mai risolto nessun problema ma fa illudere del contrario attraverso lo sfiancamento dell’avversario. Ma se le ragioni si devono imporre con la forza è perché non hanno gambe sufficientemente forti e convincenti. E immetteranno nei vinti soltanto il desiderio di rivincita, di vendetta. Lasciando inalterate le mentalità e le divisioni.
La democrazia, che non è mai acquisita per sempre ma va riscelta ad ogni generazione e anche più spesso, chiede la fatica e la pazienza di tempi di dialogo, di confronto, di ascolto attento e profondo di tutte le forze che sono in campo. Ma offre possibilità di stabilità e crescita per tutti.
Gesù ha pronunciato una parola molto suggestiva al riguardo. “Beati i miti, perché erediteranno la Terra” (Mt 5,5). La forza della nonviolenza, della mitezza, della gentilezza è infinita e anche se può apparire debolezza e chiede tempi lunghi, porta a situazioni di stabilità e concordanza molto più efficaci. E non è un atteggiamento riservato a chi fosse direttamente coinvolto in situazioni sociali o politiche di una certa entità; è qualcosa alla portata di tutti e implica fortezza e coraggio non banali. “In una temperie politica carica di tensioni e polarizzazioni estreme, la gentilezza può ridurre la tossicità del dibattito pubblico e favorire la cooperazione bipartisan perché parte dal riconoscimento dell’umanità e della dignità dell’interlocutore. Non solo potrebbe dar forza alla coesione sociale e al dibattito democratico, può anche contribuire a costruire una società più equa e solidale. […] Nello spazio polarizzato e aggressivo della comunicazione social dove, protetti dalla distanza dello schermo, ci si sente autorizzati a esprimersi con offese e assestare ogni sorta di artigliate, la gentilezza diventa un atto rivoluzionario, fatto di parole rispettose, di ascolto senza pregiudizi, di spazi di empatia che si aprono anche nelle discussioni più accese. Atteggiamento ingenuo o addirittura inutile? Essere gentili richiede forza, perché significa scegliere consapevolmente di rispettare l’altro, anche quando non è facile, anche quando si potrebbe rispondere reattivamente, con durezza. […] Essere gentili in un contesto ostile comporta un enorme controllo di sé e una grande sicurezza interiore. Chi è gentile non si lascia calpestare, ma va a scalare la montagna del coraggio, dalla cui vetta potrà rispondere con calma e rispetto piuttosto che con rabbia e aggressività. Chi è gentile nel conflitto è resiliente, sa affrontare le difficoltà senza lasciarsi sopraffare, e ha sviluppato una solida autoregolazione emotiva” (Rosella De Leonibus, Elogio della gentilezza, in Rocca n. 7/2025, pp. 38-40). (Di fr Andrea Oltolina, priore)
Siamo all’inizio di un anno scolastico-pastorale: cosa ci attende? Sebbene ci appaia lontanissimo nel tempo e anche nello spazio, un primo importante avvenimento, di cui ricorre l’anniversario e che dovrebbe incidere nella nostra vita di credenti, è il Concilio di Nicea, avvenuto ben 1700 anni fa in una località ora nel territorio della Turchia. Numerose furono le decisioni assunte in quella memorabile assise ma il tema fondamentale, riversatosi poi nella formula che utilizziamo per attestare i fondamenti dogmatici e spirituali della nostra fede - il “Credo” che recitiamo o cantiamo ogni domenica - fu quello inerente la fisionomia divina della figura di Gesù. Non solo uomo ma della stessa sostanza rispetto a Dio Padre, felicemente Figlio inviato nella storia, morto e risorto dalla morte. Eccezion fatta forse per l’ambito ecumenico e interreligioso, oggigiorno le nostre discussioni come credenti si rivolgono soprattutto a dimensioni etiche o ecclesiali - il ruolo delle donne nella chiesa, come dialogare con le nuove generazioni, il capitolo LGBTQ+... - ma dare per "scontata" la figura di Gesù non è indice di buona salute spirituale. «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre» recita la Lettera agli Ebrei (13,8) ma la sua esperienza dovrebbe sempre coinvolgere, inquietare, rallegrare e motivare ogni persona rinata nel battesimo. Ogni volta che pronunciamo alcune parole dovremmo “saltare” sulla sedia. “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”. Queste espressioni dovrebbero ravvivare in noi ogni volta la sorprendente gratuità dell’amore eccessivo che Dio, in Gesù, attraverso lo Spirito santo, riversa in noi. E renderci riconoscenti e appassionati testimoni di questo amore che libera. Succede davvero? Ora che abbiamo appena iniziato un nuovo anno liturgico e ci prepariamo a celebrare il Natale di Gesù, la sua incarnazione, siamo interrogati da questo “tutto nel frammento” che è stata l’esperienza del Figlio di Dio? Ci lasciamo stupire da tanta vicinanza e misericordia? L’anniversario del primo dei grandi Concili ecumenici ci sostenga e rinvigorisca la nostra fede.
Un secondo appuntamento che si profila dinanzi a noi, ancora in ambito ecclesiale, è il Giubileo. Proprio nella celebrazione della notte di Natale ascolteremo Paolo gridarci “è apparsa la grazia di Dio” (Tt 2,11). Gesù è la pienezza di questa grazia ma nel corso della storia essa ci raggiunge anche attraverso segni concreti che ci testimoniano la prossimità del suo amore. Ogni 25 anni, infatti, a partire dal 1300, la chiesa offre una speciale e più generosa possibilità per favorire la conoscenza e l’incontro con il Signore Gesù, instaurando un virtuoso cammino di conversione e bellezza. Tutti siamo chiamati a ricominciare, a riaprirci a una prospettiva di vita e pace, di comunione solidale. Questo giubileo è “dedicato” alla speranza e mai più appropriata ci appare tale prospettiva e tale scelta. Siamo chiamati a scoprire e offrire segni di speranza che contrastino i segni di morte, violenza e individualismo che tanto attraversano i nostri tempi, ogni tempo. Il numero 18 della bolla del giubileo recita: “La speranza, insieme alla fede e alla carità, forma il trittico delle “virtù teologali”, che esprimono l’essenza della vita cristiana (cfr 1Cor 13,13; 1Ts 1,3). Nel loro dinamismo inscindibile, la speranza è quella che, per così dire, imprime l’orientamento, indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. Perciò l’apostolo Paolo invita ad essere «lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Sì, abbiamo bisogno di «abbondare nella speranza» (cfr Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza”. E ancora, al n. 25: “In cammino verso il Giubileo, ritorniamo alla Sacra Scrittura e sentiamo rivolte a noi queste parole: «Noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi» (Eb 6,18-20). È un invito forte a non perdere mai la speranza che ci è stata donata, a tenerla stretta trovando rifugio in Dio. L’immagine dell'ancora è suggestiva per comprendere la stabilità e la sicurezza che, in mezzo alle acque agitate della vita, possediamo se ci affidiamo al Signore Gesù. Le tempeste non potranno mai avere la meglio, perché siamo ancorati alla speranza della grazia, capace di farci vivere in Cristo superando il peccato, la paura e la morte. Questa speranza, ben più grande delle soddisfazioni di ogni giorno e dei miglioramenti delle condizioni di vita, ci trasporta al di là delle prove e ci esorta a camminare senza perdere di vista la grandezza della meta alla quale siamo chiamati, il Cielo. Il prossimo Giubileo, dunque, sarà un Anno Santo caratterizzato dalla speranza che non tramontata, quella in Dio. Ci aiuti pure a ritrovare la fiducia necessaria, nella Chiesa come nella società, nelle relazioni interpersonali, nei rapporti internazionali, nella promozione della dignità di ogni persona e nel rispetto del creato. La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (cfr 2Pt 3,13), dove abitare nella giusti zia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore. Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14). Possa la forza della speranza riempire il nostro presente, nell’attesa fiduciosa del ritorno del Signore Gesù Cristo, al quale va la lode e la gloria ora e per i secoli futuri”.
Mentre il mondo sembra impazzito sotto l’effetto di una progressiva e inarrestabile corsa verso il riarmo e la conflittualità aperta, a rendere ancor più complessa la figura della speranza è l’altrettanta superficialità che gli umani sembrano rivolgere alla tragedia della progressiva e sistematica distruzione delle risorse naturali e dell’inquinamento generale con cui stiamo avvelenando il mondo e quindi stiamo avvelenando noi stessi. La nostra comunità vorrebbe provare, per quanto minimo possa essere l’impatto, a porre un tassello di segno contrario in questo campo. Siamo a Dumenza da 19 anni e l’attuale impianto di riscaldamento sta arrivando a “fine corsa”. In questo tempo ci siamo appoggiati principalmente a una caldaia a legna e, ad integrazione, su una a gasolio. Il lavoro di taglio e preparazione della legna e più in generale il lavoro di manutenzione necessario al riscaldamento degli ambienti è essenzialmente stato assunto dal nostro fratello Lino, che con grande generosità e competenza ha seguito questo necessario servizio, ma crediamo che sia giunto il tempo di ripensare il progetto energetico in modo più globale. Abbiamo richiesto alcune consulenze e preventivi ipotizzando varie modalità di riscaldamento, maggiormente in linea con un rispetto ecologico delle risorse rinnovabili a disposizione anche sul nostro territorio. Qualunque sarà la soluzione che adotteremo - legno cippato, impianto fotovoltaico, pompa di calore - comporterà una significativa spesa iniziale e un cantiere prolungato e abbastanza invasivo per tutto il prossimo anno ma, con l’occhio “lungo”, tutto ciò dovrebbe comportare una importante riduzione delle spese di riscaldamento - non dimentichiamo di abitare a 1.000 metri d’altezza - e apportare un contributo qualitativo per la salvaguardia del creato. Speriamo che anche questo rinnovi la nostra speranza e ci sproni a camminare con rinnovato vigore in questo nuovo anno. Buon Natale di Gesù e buon 2025! (Di fr Andrea Oltolina, priore)
L’anno che stiamo attraversando è stato definito “l’anno più elettorale della storia”, in quanto ben settantasei nazioni – tra cui otto tra le dieci più popolose al mondo – si
recheranno o si sono già recate al voto, per un totale di oltre quattro miliardi di persone, più della metà della popolazione mondiale. Ovviamente può interessare l’esito di tali consultazioni, il prevalere di una linea politica piuttosto che un’altra, ma la mia riflessione non intende prendere in considerazione tale aspetto quanto piuttosto la radice di tale opportunità, ossia la partecipazione. Per iniziare, potremmo porre attenzione ai partiti che sono effettivamente stati
ammessi alle competizioni elettorali e a quelli che, invece, per ragioni svariate, non lo sono
stati. Sebbene si realizzi in pochissimi istanti e sembri un’attività estremamente limitata e
ininfluente, il voto politico è la più alta forma di espressione democratica, di partecipazione
alla vita e alla costruzione di un paese. Alcuni governi lo temono fortemente e in alcune
situazioni proibiscono in modo discutibilmente autoritario che certe liste vengano presentate
o ne escludono altre con la scusa di avere vizi di forma, difetti burocratici, inadeguatezze
varie...
Perché tanto timore di un confronto leale? Perché proibire ad alcuni di poter divenire
rappresentanti di una porzione di popolazione di una determinata nazione? Spesso pare che
ci sia interesse affinché il confronto debba essere previsto il meno possibile, per evitare che
possano essere scoperti i modi scorretti di agire e i secondi fini che ci sono in gioco.
Io temo però ci sia altro sotto a questa difficoltà di confronto e penso al desiderio di
evitare comunque ogni possibile dialogo con la parte avversa perché non si è in grado di
reggere la tensione che necessariamente si ingenera. Il confronto, che nel dibattito politico
assume una forma elevata di importanza, ormai si è tramutato in una gara all’insulto
reciproco e alla demonizzazione delle posizioni altrui, in una polarizzazione estremizzata.
Non c’è nemmeno la disponibilità a prendere in seria considerazione l’opinione altrui. Come
può pensare una persona o un partito politico di avere tutte le soluzioni e tutte le modalità
per attuare il proprio progetto senza nemmeno ipotizzare di mettersi nei panni altrui? Il bene
per eccellenza non è la propria affermazione, ma fare il bene della popolazione; e questo
può risultare sempre e soltanto da un confronto con anche chi la pensa diversamente,
perché riesce a vedere aspetti che la mia parte non riesce a cogliere. È tristissimo vedere
come ci si illude di poter fornire soluzioni “magiche” solo grazie alla propria linea e alla
propria scelta. Possibile che la competenza – campo così denigrato, dal momento che si
eleggono rappresentanti che sembrano a volte grandi affabulatori più che veri esperti –
appartenga solo a qualcuno della mia linea politica? Assolutizzarsi in modo perentorio ed
esclusivista farà sempre solo e soltanto crescere la rabbia e inaridirà la possibilità di
manifestare liberamente in modo difforme dal proprio sentire. Con un progressivo
abbassamento del rispetto dei diritti civili e umani fondamentali.
Parlavo recentemente con un fine teologo domenicano, che mi faceva notare come
Tommaso d’Aquino, genio medievale della riflessione, ha strutturato la sua Summa non solo
sostenendo la propria posizione, ma inserendo in forma strutturale i cosiddetti sed contra,
ossia le opinioni altrui, con cui si confrontava in modo continuo prima di elaborare la propria
proposta.
Questa ampia digressione sui rappresentanti del nostro panorama politico e sul loro
stile è solo introduttoria al tema che mi sta più a cuore e che sopra ricordavo: la
partecipazione. C’è un abbassamento sistematico, soprattutto da parte dei giovani, della
frequenza alle consultazioni elettorali. Complessivamente non c’è fiducia nelle possibilità
della politica, anche per le ragioni sopra dette. Ma c’è una disaffezione che va oltre.
Credo vi sia una difficoltà a pensare in grande e insieme, a lottare insieme per qualche
ideale rispettando tutte le mediazioni necessarie per far sì che la proposta sia accolta da un
numero sempre più ampio di persone, sia appunto condivisa. Si preferisce il modo
individuale, che non accetta “limature” alla propria idea, ma così ci si chiude in un mondo
tanto piccolo che la solitudine risulta essere l’unico sbocco possibile a tale prospettiva.
A questa dimensione certamente va associata la rapidità con cui si vorrebbero vedere
dei cambiamenti, sulla linea della velocità dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Ma gli
esseri umani non sono macchine e le modifiche alle proprie prospettive chiedono sempre
tempi lunghi ed elaborazioni personali particolarmente laboriose.
Benedetto, al capitolo terzo della sua Regola, prevede la convocazione di tutti i fratelli
per arrivare a condividere una decisione. Tutti devono esprimere la loro opinione in merito
all’argomento di cui si tratta e ognuno deve proporre cammini che ritiene buoni per tutti i
fratelli. Una volta giunti a una decisione non tutto è terminato, anzi: ora si tratta di accogliere
la via scelta, che non sarà probabilmente perfettamente identica a quanto nessuno aveva
suggerito, ma che risente dell’apporto di tutti i fratelli e quindi è maggiormente condivisa. La
democrazia, la scelta comune di un percorso, va continuamente alimentata, non può mai
essere data come scontata. Chiede la rinnovata fiducia nell’apporto di tutti e la fatica della
mediazione con tutti. Ma questa è la vita, non un sogno individuale.